
BERLINO – “Per gli Stati Uniti sono un
traditore”, dice George Clooney, alla fine
dell´incontro stampa. “Come Tim Robbins,
Sean Penn e Michael Moore. Ma non mi
importa. Ho una casa mia, e non mi scompongo
piú di tanto. Quello che mi interessa,
invece, è che si torni a parlare di
politica. Trent´anni fa se ne parlava molto,
nella società americana. C´era il Vietnam,
la lotta per i diritti civili, c´era il
Watergate... Adesso, dopo per fortuna, si
torna a parlare di politica. Magari anche
con un film”. Parola di George Clooney.
Proprio lui, il gaglioffo, bellissimo e
ribaldo, quello che si affaccia alla porta
di casa tua con una bottiglia di Martini.

Clooney, l´ultimo divo, quello che riesce a
mettere una goccia di ironia in ogni ruolo,
in ogni interpretazione, si presenta a
Berlino con un film durissimo. “Syriana”,
nato dalle confessioni di un agente della
Cia, e raccontato come un mosaico di
omicidi, attentati, complotti, azioni di
kamikaze, missili teleguidati che non
lasciano in pace nessun angolo del pianeta.
Nessun angolo di questo villaggio globale in
fiamme.
Girato in quattro continenti, in cinque
lingue, con centinaia di attori e un
dispendio di energie pazzesco, “Syriana” è
già uscito negli Stati Uniti, dove ha
sollevato l´entusiasmo dei critici di
“Varety” e dei principali quotidiani, dal
“New York Times” al “Washington Post”. Ma
dove ha incontrato l´opposizione della
Academy Awards, che ha proposto per il film
“solo” una nomination a Clooney, come
miglior attore non protagonista. Intorno,
molte polemiche. Per un film considerato un
attacco a Bush.
E lei, Clooney, come lo considera?
“Per me, è un film importante. Racconta di
come siamo tutti coinvolti, in tutti gli
angoli del mondo, in quello che sta
accadendo. Racconta come sia enorme la posta
in gioco, per tutti. E´ un film che pone
molti interrogativi, molte domande. Ma non
si permette di dare le risposte”.
Non è, dunque, un film che sta da una parte
o dall'altra?
“No: siamo stati molto attenti a non fare i
difensori dell´Islam o di altre culture.
Credo che sia chiaro che ci sono moltissime
culture, anche nell´Oriente. E´ un film che
non difende questo o quello. Ma puoi sentire
il Medio oriente, la sua verità, il suo
respiro dentro questo film”.
E' stato difficile realizzarlo?
“Beh, quando proponi un film girato in 4
continenti, con 5 lingue, 250 ruoli parlati,
e dici che si tratta della politica estera
della Cia, i produttori di Hollywood ti
danno una grande mano... a scoraggiarti. Ma
per fortuna non ci siamo persi d´animo”.
Lei sceglie i suoi ruoli in maniera molto
precisa, e chiara, si direbbe. Qual è il suo
rapporto con la politica?
“Ah, sì, non ve lo avevo detto? Correrò per
le primarie... No, scherzo. Ma nella mia
famiglia si è sempre parlato di politica, e
io come cittadino non me ne tiro fuori. Come
attore, penso che sia piú utile usare la
nostra popolarità per problemi come la fame
in Africa, o il ciclone Katrina. Il resto,
lo lascerei a chi fa la politica di
mestiere”.
Sono stati tagliati dieci
minuti del film, dicono...
“Ah sí? Dev´essere stata la Cia!”,
e ride, con quella risata che non puoi farci
proprio niente.
Il prossimo progetto?
“Andare nella stanza
d´albergo e fare un buon bagno. Ah, dopo...
Farò un film con Steven Soderbergh. Sarebbe
il nostro quarto, siamo già come fidanzati”.
Ha anche ricevuto una nomination all´Oscar,
che si aggiunge a quelle per “Good Night,
and Good Luck...
“Questo è stato un anno fortunatissimo per
me, non potrei chiedere di più. Non mi
importa, a questo punto, neanche di
vincerlo, l´Oscar. Quello che vorrei è che
il film fosse visto: a questo servono le
nomination, ad aiutare il cammino di film
difficili”.