FIRENZE –
Simone, ma è vero che
hai cominciato a cantare a Firenze? E che tra i tuoi
amici di chitarra c’era Povia, che hai ritrovato a
Sanremo?
“Certo che è
vero. Sedevamo insieme sugli scalini della chiesa di
Santo Spirito. Ognuno suonava e componeva canzoni, e il
successo era molto, molto lontano”.
Che cosa facevate a
Firenze?
“Io ho
vissuto per tre anni e mezzo proprio in una casa vicino
piazza Santo Spirito: avevo una fidanzata fiorentina.
Lui, idem. Lui vive ancora a Firenze, quell’amore è
diventato l’amore della sua vita”.
Siete ancora amici?
“Sì; ci
sentiamo spesso. Ed è stata una bella emozione rivederlo
a Sanremo, e vederlo vincere. Era stato proprio Povia a
spingermi a partecipare al premio Recanati per la
canzone d’autore, che poi ho vinto. In fondo, per me è
cominciato tutto in quel momento”.
Chi racconta
questi anni di bohème fiorentina è Simone Cristicchi: il
trionfatore dell’estate scorsa con “Vorrei cantare come
Biagio Antonacci”, il “cespuglio pensante” che mette
insieme nella sua musica e nei suoi testi rap e reggae,
musica popolare e invenzioni colte. E lo stesso nei
testi: che sono popolari e anche raffinati, vorticosi di
paradossi. Romano, 29 anni, all’ultimo festival di
Sanremo Simone Cristicchi ha presentato “Che bella
gente”, e si è fatto conoscere ancora di più dal grande
pubblico. Che già da questa estate aveva imparato a fare
amicizia con quella strana figura da impiegato in giacca
e valigetta ventiquattrore, occhiali dalla montatura
nera e grande cespuglio di capelli neri.
Simone, torniamo alla
tua “bohème” fiorentina. Che luoghi frequentavi?
“Soprattutto
due locali nei quali si suonava, e si suona, ottima
musica: il Porto di Mare e l’Eskimo, anzi, il cosiddetto
‘Eskimino’. Ricordo con grande affetto tutti quelli che
mi incoraggiavano, ogni sera – anzi, ogni notte – a
salire sul palco e suonare le mie prime canzoni.
Cristiano Sciascia, Francesco Cofone, Marco Fontana sono
solo alcuni degli amici che ho tuttora a Firenze.
Cristiano, che come gli altri due è un cantautore di
ottime qualità tecniche e di grande cuore, ha scritto
una canzone per me: ‘Senza’…”.
Di che cosa parla
“Senza”?
“Parla di
una generazione di ventenni annoiati, che non sa mai che
cosa fare. E’ una canzone molto ironica, con dei versi
bellissimi. Se, di quegli amici che si ritrovavano a
Santo Spirito e all’Eskimo, uno ha vinto Sanremo e
l’altro, cioè io, ha tirato fuori il tormentone
dell’estate, adesso tocca al prossimo farsi avanti,
farsi conoscere, magari vincere un festival! Porto
questo augurio a Cristiano, a Marco e Francesco”.
Ti è mai venuta in mente
una canzone su Firenze?
“Come no.
L’ho scritta e l’ho cantata.: si chiama ‘Firenze ciao’.
Io ero e sono innamorato di questa città. Era una delle
prime canzoni che ho fatto sul palco dell’Eskimo,
insieme a ‘L’uomo che vendeva i bottoni’. Era un periodo
bello, quasi eroico: facevo su e giù con Roma, dove
studiavo all’università, non avevo una lira, e aspettavo
la sera per poter suonare. Andavo al Teatro studio di
Scandicci perché ero amico dei Dogmagog, un gruppo
teatrale strepitoso. E poi c’era Povia: nel suo ultimo
album, ci sono anche io. Suono la chitarra e si sente la
mia voce. E ovviamente gli auguro ogni successo. Ma in
quegli anni, eravamo tutti e due depressi, pieni di
dubbi sulla strada che avevamo scelto”.
Dopo Sanremo, che cosa è
cambiato per te?
“Gli
spettacoli sono più affollati; e piano piano si comincia
a capire che non sono solo quello del tormentone estivo.
‘Vorrei cantare come Biagio’ ha provocato un equivoco:
era una canzone di denuncia, non voleva essere una
canzone stupida per l’estate. Magari, quest’anno potrei
non farla, la canzone per l’estate, e ripartire
direttamente dal prossimo album. Intanto sto scrivendo
un libro che raccoglie i monologhi che faccio durante
gli spettacoli”.
Che tipo di monologhi?
“Sono
riflessioni sulla follia, sul disagio mentale. Ho
lavorato per due anni al Centro di igiene mentale di
Roma. Avevo cominciato con il servizio civile, poi ho
proseguito a lavorare con i pazienti psichiatrici. Non è
retorica: ho imparato molto da quella esperienza”.