Francesca D’Aloja e gli anni di piombo

ROMA – Gli anni ’70. Quelli di Sara, “svegliati è primavera”, con il suo motorino e il figlio nascosto tra le strofe di una canzone. Ma anche quelli di Lilly, vinta dalla droga, per rimanere tra gli stessi dischi. Anni di P38, di compagni di scuola che si sono salvati, e di altri che sono scappati via, in Francia. E quelli che hanno scelto la lotta armata, che hanno sparato, ucciso. La meglio gioventù che si sfalda, in una serie di strade senza ritorno. E un’attrice che, su tutto questo, oggi – trent’anni dopo – decide di scriverci un libro.

            Francesca D’Aloja ha quarantatré anni. Ne aveva quindici quando hanno rapito Aldo Moro. Era al liceo, quando tutto sembrava scoppiare, intorno. Poi, è venuto il cinema, per lei. Film con Ozpetek, con Verdone, con Marco Risi. Alcuni documentari girati come regista. E ora la scelta di scolpire il marmo duro delle parole. Di scrivere un libro. Un romanzo. “Il sogno cattivo”. Racconta tutto quello che c’è, in quegli anni, intorno a una ragazza che si chiama Penelope. Il terrorismo, la droga, quell’odore insieme di gioventù e di morte che inebriava, esaltava e abbatteva, in quegli anni.

            “Il sogno cattivo” inizia nel 1978. E già nelle prime pagine ci sono un ciclomotore Piaggio, due pistole, un primo amore, e una tragedia. Il libro, scolpito per scene forti, sta già diventando un caso letterario. Uscito per Mondadori, ha esaurito in un mese la prima edizione. E tra poco diventerà un film, diretto dalla stessa D’Aloja. C’è qualcosa da capire, in questo esordio inatteso, e così forte.

            Francesca, quando ha iniziato a pensare a questa storia?

            “E’ nato tutto dalla mia esperienza come volontaria a Rebibbia; prima per la realizzazione di un documentario, ‘Piccoli ergastoli’, poi in due anni successivi di lavoro. Ho ascoltato tante voci, ho conosciuto tante storie. Ho deciso di farne il punto di partenza per una storia di finzione”.

            Una storia molto movimentata, che porta il segno di un grande talento per la narrazione…

            “Non l’avevo mai sperimentato prima; sapevo di avere molta fantasia, fin da bambina. Scrivendo, mi è venuto naturale immaginare, vedere dei colpi di scena, dei contrasti forti. E’ stata una rivelazione anche per me”.

Chi la ha incoraggiata?

“Sandro Veronesi. Che è da anni tra i miei migliori amici. Ha letto alcune pagine che avevo scritto, e mi ha detto: ‘ma qui c’è della roba!’…”.

            Quanto tempo ci è voluto per scriverlo?

            “Un anno e otto mesi. Di disciplina ferrea. Nessun giorno senza scrivere almeno qualche ora”.

            Momenti di panico?

            “Un paio. Sandro Veronesi mi ha dato la soluzione: ‘lascia perdere tutto, aspetta. E poi riparti”.

            C’era un romanzo a cui tornava come a un faro, durante la scrittura?

            “ ‘Lo straniero’ di Camus”.

            Ma adesso, quale è il suo giudizio su quegli anni?

            “Intanto mi sento una sopravvissuta ‘per caso’. Non ho vissuto le droghe o la lotta armata in prima persona; ma chi sceglieva quelle strade non erano alieni, erano ragazzi come me, intorno a me. I miei amici, i compagni di scuola”.

            Lei da quale parte stava, da quale parte sta?

            “Non credo che ci sia chi aveva ragione e chi aveva torto, o almeno, non mi interessa. E’ stato un decennio di follia. Dove bene e male venivano vissuti entrambi con una intensità sconvolgente. Anni che hanno portato molti a scegliere strade senza ritorno, strade sbagliate. C’era, però, anche molto amore, molta vita, molto senso di aggregazione, di appartenenza. Poi è venuto il Grande freddo”.

            Quale sensazione dà scrivere un romanzo rispetto a recitare?

            “Una sensazione di immensa libertà. Un attore, in realtà, non è mai completamente libero. Io, mentre scrivevo, lo ero totalmente”.

            Ora, “Il sogno cattivo” diventerà un film. Un’altra sfida.

            “Lo scriverò, infatti, insieme a persone di cui mi fido, e prodotto da una persona che è un amico. Scrivo insieme a Federica Pontremoli – che ha lavorato con Nanni Moretti – e con Luca D’Ascanio. Lo produrrà Fabrizio Mosca, il produttore dei ‘Cento passi’ di Marco Tullio Giordana. Iniziamo a scrivere a settembre. Sarà il mio esordio nella regia: non ho fretta, voglio fare le cose per bene”. 

            Una cosa che non dovrà mancare, nel film?

            “Una canzone almeno dei Genesis! Quegli anni hanno il suono delle loro tastiere”.

       

21 Agosto 2006

 

 

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