Viggo Mortensen contro il razzismo

ROMA – E per un giorno a Roma, gli tocca fare anche l'eroe. Viggo Mortensen, già eroe del "Signore degli anelli", spadaccino senza macchia e senza paura in "Alatriste"di Augustin Diaz Yanes, film d'avventure, quasi un cappa e spada vecchia maniera, ma con un bel po' di psicologia e qualche riferimento pittorico in più, si è trovato anche a fare l'eroe a Roma, a Villa Borghese. "Ero a passeggiare ieri a Villa Borghese", racconta l'attore, "quando ho visto che contro tre bancarelle gestite da indiani o pakistani, che vendevano piccoli souvenir di legno, si scagliava un gruppo di una ventina di ragazzi, urlando e minacciando di aggerdirli. Sono andato verso questa specie di rissa assolutamente impari, ed ero con alcune altre persone. Questi ragazzi ci hanno visto arrivare, si sono persi d'animo e se ne sono andati. Altrimenti avrebbero spaccato tutto. E' una cosa che non accade solo a Roma, può accadere a New York come Parigi. Sono manifestazioni di razzismo vigliacco che non hanno niente a che vedere con il coraggio. Il razzismo violento di gruppo è quanto di più lontano dal coraggio si possa immaginare".


Lo dice bello chiaro, Viggo Mortensen, che lui con ogni forma di razzismo non ci sta. Potrebbe sembrare un pensiero facile, ma se poi pensi che da sempre lui è impegnato politicamente, tutto assume un quadro più netto, più chiaro. "Gli eroi veri non sono nei film: gli eroi sono quelli che semplicemente, nella vita, fanno il loro lavoro, quelli che mantengono la parola data. O quelli che fanno bene, con responsabilità, il loro mestiere di padre o di madre".

Nel film "Alatriste", invece, Viggo è un eroe col cappellaccio e la spada sguainata, pronto a combattere per il re di Spagna, a conquistare galeoni pieni di lingotti d'oro, a rischiare la vita, ad accendere micce nei sotterranei di una specie di trincea del Seicento, a sgozzare, a duellare di fino, ad amare attraenti donne malmaritate. Una specie di D'Artagnan spagnolo. E tra l'altro, in spagnolo recita, Viggo, senza doppiaggio. Quando lo incontriamo, in un hotel di Roma, è la prima cosa che gli chiediamo.

Mortensen, ma dove ha imparato così bene lo spagnolo?
 

"Ho vissuto due anni in Venezuela, altri in Argentina... Mio padre viaggiava molto, e io ho imparato lo spagnolo dell'America latina. Mi dicono che non è quello giusto, ma serve per farmi capire. E poi, sono tifoso di una squadra di calcio argentina".

Quale squadra?

"Il San Lorenzo de Almagro, che è un quartiere di Buenos Aires. E' stata fondata nel 1908, da un onaco italiano, Lorenzo Mazza, e ha avuto una vita travagliata, con giorni felici e disastri sportivi... Ieri però abbiamo vinto tre a zero!". E mostra felice la bandiera della sua squadra. Ecco perché sotto la giacca aveva una maglietta rossa e blu a strisce, che lo fa assomigliaer a Freddie Kruger, quello di "Nightmare".

Arrivando al film, che cosa la attraeva di un film in costme seicentesco, di cappa e spada?

"Il fatto che è un film popolare, da una parte, di quelli come se ne facevano una volta, che portavano la gente al cinema. Ma che dall'altra c'è una introspezione psicologica, una profondità, una malinconia dei personaggi che lo fa diventare assolutamente moderno. Mi creda, tra dieci anni questo film lo guarderanno ancora, diventerà un classico!".

E' anche un film di guerra, di soldati, di vita al fronte. Lei che cosa pensa delle guerre che ci sono, oggi, in Iraq e – praticamente – in Afganistan?

"Penso che i soldati che vi partecipano le vivano con coraggio, e con lealtà, anche quando sanno che la guerra non porta da nessuna parte. Non sono mossi da amor di patria, ma da altre necessità, da altri sentimenti. E comunque, penso che la guerra non porti da nessuna parte".

Quali erano i riferimenti visuali del film?

"La grande pittura spagnola, Velazquez, El Greco, Zurbaran. Ma anche un regista come Visconti. Prima di girare, abbiamo visto tutti dieci volte il Gattopardo! Per capire come si può fare un grande film in costume".

Il suo personaggio?

"E' un eroe con molti lati oscuri. Perché ognuno di noi non è mai a una sola dimensione. E quando un personaggio ha molte sfaccettature, è più vero, è più importante".

La sua avventura più grande, nella vita?ù

"Essere padre. Un'avventura che non finisce mai, dove non si finisce di fare errori. Non sono un candidato perfetto al ruolo di padre. Ma è la cosa che ho fatto con maggiore impegno nella vita. E ti insegna una cosa: la responsabilità. Perché più delle parole, conta il tuo esempio, per un figlio".

 

16 Ottobre 2006

 

 

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