FIRENZE - Aveva poco più di sessant’anni,
Andrea Frazzi, morto l’altro ieri nella sua
Firenze, dove ti capitava di incontrarlo, di
salutarlo, di aver voglia di prenderci un caffè
insieme, nella sua San Frediano. Sempre
sorridente, sempre gentile: esattamente come il
suo fratello gemello, Antonio. Registi tutti e
due: capaci di lavorare per una vita in coppia,
senza separarsi mai. E anche identici, come due
gocce d’acqua. Andrea lo ricordo con un po’ più
di barba, ma sono dettagli. E insomma: ti
confondevi sempre un po’, quando li incontravi.
Ma a loro, credo, non dispiaceva. Sapevano di
essere, in qualche modo, un tutt’uno.
“AndreaEAntonio Frazzi”, ti veniva da chiamarli.
Tutto attaccato. Non riuscivi a dividerli.
Adesso che ci ha pensato la vita, adesso che ci
ha pensato un male senza pietà e senza
misericordia a portarsi via Andrea, non ti
riesce lo stesso. Li ricordi sereni, semplici,
col dono prezioso della modestia. Anche se con
loro hanno recitato i più grandi attori del
cinema italiano: da Isabella Rossellini a Sergio
Castellitto, da Massimo Ghini a Ottavia Piccolo,
da Sabrina Ferilli a Massimo Dapporto. E ancora,
Maria Grazia Cucinotta, Massimo Wertmuller,
Barbara Enrichi, Gianna Giachetti, Barbara De
Rossi, Alessandro Benvenuti.
Insieme
al fratello Antonio, Andrea Frazzi è stato, per
trent’anni, un grandissimo artigiano della
televisione. Poi, quasi in punta di piedi, si è
affacciato al cinema. Facendosi largo con la
forza della qualità. Gira insieme ad Antonio – è
quasi inutile dirlo – nelle colline sopra
Firenze, con Sergio Castellitto, “Don Milani, il
prete di Barbiana”: è il 1997. Tre anni dopo,
sempre sull’Appennino, nei boschi intorno
Bivigliano, gira “Il cielo cade”, su un episodio
realmente accaduto nel ‘44, di bambini ebrei
rifugiati in Toscana. Nel cast, Isabella
Rossellini insieme ai volti schietti, umanissimi
di due attrici toscane: Barbara Enrichi e Gianna
Giachetti. Poi sono in Canada, a girare con la
Ferilli e Massimo Ghini “Come l’America”, storia
di emigranti e di ordinaria fatica di vivere, di
sorprese che ti gioca la vita. Nel 2004, “Certi
bambini” racconta la vita bruciata di un
ragazzino in una Napoli che è già Sudamerica.
Vincono il primo premio al festival di Karlovy
Vary, e quasi non ci credono quando a
consegnarglielo è Roman Polanski. L’indomani del
premio, sono a Giffoni Valle Piana, e vincono
anche lì. Li incontrai, quella sera: e non c’era
un grammo di orgoglio nelle loro parole.
Non se
l’aspetta nessuno, questa notizia. “Non voleva
che si sapesse”, dice al telefono il fratello
Antonio. “Diceva: se vedo la mia malattia negli
occhi degli altri, non riesco a combatterla”. Fa
la voce tranquilla, Antonio, ma lo capisci che è
un’altra manifestazione del loro carattere. Che
impone loro di portare rispetto, di mettersi –
nella voce – il vestito buono, anche nel momento
del più impietoso dolore. “Dovevamo fare quattro
film gialli, dai romanzi di Lucarelli; stavamo
scrivendo insieme la sceneggiatura”, dice
Antonio. “Lavorare lo teneva in vita. Poi ieri
sera se n’è andato”. E aggiunge: “piccino”. Come
se fossero ancora due fratelli, che giocavano,
bambini. Riuscendo persino nello straordinario
miracolo di non litigare, ma di volersi
semplicemente bene. L’hanno fatto tutta la vita,
in fondo, questo gioco.
E’
sgomento Massimo Ghini: “Ho lavorato con loro in
‘Come l’America’ e in altri sceneggiati: Andrea
era un amico, una persona di rara umanità, e di
grande talento”. Per istanti lunghissimi,
Barbara Enrichi resta senza parole. “O che mi
dici? Madonna mia…”. E poi: “Non è possibile,
non ci credo. Così solare, così allegro. Andrea
sembrava più giovane di Antonio: e anche loro
due ci scherzavano sopra…”. Sergio Castellitto
ha la voce lacerata. “Garbo, dolcezza, e
talento. Questo era per me Andrea. Per me,
Andrea e Antonio rappresentano la parte
migliore, più nobile della fiorentinità”. I
funerali si svolgeranno oggi, nella chiesa di
San Frediano in Cestello, alle 15.30.