TORINO – Ken Loach,
l’irriducibile. Lo vedi, e
vedi un signore mite, dal
sorriso gentile. Con gli
occhiali chiari, e i capelli
chiari, e le idee molto,
molto chiare. Ken Loach è il
regista di film bellissimi e
appassionanti, commoventi e
insieme “politici”: “La
canzone di Carla”, “Piovono
pietre”, “Riff Raff”, “My
name is Joe”. Ken Loach è un
signore inglese dal corpo
minuto, dalla voce quieta,
che ha raccontato la
difficoltà di vivere in
Inghilterra, in Scozia, in
Nicaragua, in tutti gli
angoli del mondo. Ha
raccontato storie di gente
qualunque, ha raccontato le
storie di quelli che non
hanno voce in capitolo nella
Storia, quella con la
maiuscola. Ha raccontato le
battaglie di chi con le
unghie e con i denti
combatte per un salario da
poco, di chi vive nelle
periferie, di chi si vede
licenziare da un giorno
all’altro. Ma tutto questo,
lo ha fatto con uno stile
straordinariamente
scintillante, riuscendo nel
miracolo di dare a ogni
volto, a ogni scena la
dignità di una scena
perfetta, dell’espressione
limpida, cristallina dei
sentimenti. I suoi
protagonisti sono tutti
povera gente, e sono tutti
bellissimi, intensi, sono
tutti re e regine, con i
loro volti sgualciti, con
negli occhi la rabbia, la
vitalità, la passione.
Quando Ken Loach
parla, non si parla soltanto
di cinema. Si parla di
cultura, di politica, di
storia. Ieri Loach era a
Torino, rubando un attimo a
un programma fittissimo di
impegni: ha appena finito il
suo nuovo film, sulle lotte
di indipendenza irlandesi.
L’irriducibile, dicevamo.
Perché Loach crede al cinema
che racconta la realtà. E
che, magari, ha anche il
potere di trasformarla. In
una serata organizzata dal
Museo del cinema e dalla
associazione Aiace a Torino,
Loach si è incontrato con un
pubblico di 400 persone, che
non ha smesso di fargli
domande, fino all’una di
notte. E prima, appena
arrivato dall’aeroporto,
altre gliene abbiamo fatte
noi.

Quale è, secondo lei, il più
grande problema dei partiti
progressisti, in Europa?
“E’ semplice. E’ la
divisione interna. Ho fatto
un film, ‘Terra e libertà’,
che parla della guerra di
Spagna. E di come gli
antifascisti abbiano perso
per colpa delle loro
divisioni interne, tra
stalinisti, anarchici,
trotzkisti… Ecco, non è
cambiato niente dal 1936.
Oggi in Gran Bretagna
abbiamo 4 differenti tipi di
trotzkisti, in continua
polemica tra loro… Quando i
progressisti capiranno che
ciò che unisce è più
importante di ciò che li
divide, sarà la più grande
svolta della storia…”.
Lo farebbe mai un film in
Italia?
“Non padroneggio la lingua:
sarebbe molto difficile fare
un film senza capire bene
l’italiano. Ma il cinema
italiano è stato il più
importante per me, per la
mia formazione”.
Quale cinema italiano?
“De Sica, ‘Ladri di
biciclette’. E poi i film di
Antonioni: eravamo tutti
innamorati di Monica Vitti,
da ragazzi…”.
Conosce il cinema italiano
di oggi? Che cosa pensa di
Benigni? Di Moretti?
“Benigni è un grande
artista, con uno stile tutto
suo. E anche Nanni Moretti.
Sono due casi eccezionali, e
assolutamente irripetibili.
Ma non sono un grande
esperto di cinema…”.
Come? Ma lei non va al
cinema?
“Non molto. Preferisco
guardare le partite di
calcio. Di quello sì, sono
un grande appassionato. Sono
un tifoso del Manchester
City, che è la rivale dello
United; e in Italia, mi fa
molta simpatia il Torino,
che è gemellato con il
City”.
Avrà visto le Olimpiadi
invernali, dunque. Che cosa
ne pensa?
“Sono scettico. Lo vedo come
un modo di spendere enormi
cifre di denaro per la
costruzione di un grande
evento mediatico. Un grande
evento per le multinazionali
e per la pubblicità. Un
festival per l’advertising”.
La ferita e la minaccia
maggiore per il mondo oggi è
probabilmente la miccia
accesa della situazione in
Medio oriente. Che cosa
pensa delle ultime
manifestazioni di
fondamentalismo islamico?
“Penso che il problema non è
il fondamentalismo islamico,
ma quello cattolico. E
l’imperialismo occidentale.
Se gli Stati Uniti non
avessero cercato di prendere
il potere nelle aree
musulmane, non avremmo
questa guerra”.
La soluzione?
“L’Occidente deve lasciare
l’Iraq più presto possibile.
Deve esserci un governo
provvisorio SENZA Gran
Bretagna e Stati Uniti, per
governare l’Iraq. Dobbiamo
capire che quella con l’Iraq
è stata una guerra illegale.
E la soluzione per la pace
nel mondo è smettere di
sostenere Israele nella sua
occupazione degli stati
palestinesi”.

Che cosa può fare la gente?
“Le manifestazioni che hanno
portato milioni di persone
in strada sono importanti.
Perché si capisca che non
sono le popolazioni inglese
e americana a volere questa
guerra, ma i loro politici”.
Il suo nuovo film parla,
invece, dell’Irlanda negli
anni intorno al 1920. E
della sua lotta per
l’indipendenza.
“Non è poi un tema così
distante. Si parla di una
piccola nazione che combatte
contro una grande nazione
imperialista per la sua
indipendenza. E della scia
di sangue che la battaglia
indipendentista irlandese ha
portato con sé”.
Quali sono i problemi veri
dei giovani, oggi?
“La precarietà del lavoro è
il vero problema. E il
lavoro si sposta: tutti i
giovani si sono messi a
lavorare nei call center: ma
i call center si stanno
spostando in India. E questi
ragazzi resteranno senza
lavoro”.
La soluzione?
“Non si può più pensare a un
lavoratore inglese,
italiano, o francese. Esiste
un lavoratore europeo, o
mondiale. E i sindacati
devono essere
internazionali. Altrimenti,
l’alternativa è la sconfitta
immediata, e la
disoccupazione per milioni
di persone”.
Lei è una persona
coraggiosamente sempre
“contro” le posizioni
ufficiali. Come si vive da
“irriducibile”?
“Vorrei poter dire che ho
sofferto tanto, ma non è
così. In Europa se sei uno
che non è d’accordo, non ti
torturano. Ti fanno pat pat
sulla spalla, si preoccupano
che non ti manchi niente, e
cercano di renderti
innocuo”.