ROMA - Non è una sfida da poco.
A novant’anni, scegliere di mettersi in
gioco. Di girare un film più grande
degli altri. Di prendere un aereo, e
andare di là dal mare, nel deserto del
Nordafrica, per catturare immagini. Per
raccontare lo smarrimento di uomini
buttati là, uomini chiamati soldati, ma
che soldati non erano. E intorno
l’assedio, i bombardamenti, il ghibli e
le volpi del deserto. Addosso lo
smarrimento, la sabbia nella bocca, la
nostalgia di casa. Raccontare tutto
questo, per Monicelli, è la nuova sfida.
Per sentirsi vivo, per giocare di nuovo
il gioco del cinema. Quando non c’è più
bisogno di dimostrare niente, andare a
cercare un set difficile, due mesi e più
di riprese in posti dove il caldo può
far male. E farlo, con l’entusiasmo di
un bambino. 
Il 10 aprile – il giorno
dopo le elezioni: è un caso? – Mario Monicelli parte per la Tunisia, per
girare “Le rose del deserto”. Nove
settimane di riprese, per raccontare la
guerra degli italiani in Libia,
attraverso i volti, le occhiate scure,
le barbe sgualcite di Alessandro Haber e
Michele Placido. E, forse, anche di
Giorgio Pasotti. Saranno loro i tre
ufficiali italiani finiti a parlare con
il vento, in una guerra di cui poco
sanno, fatta di attese e di paure. Il
tutto, tratto da un romanzo di Mario
Tobino, “Il deserto della Libia”. Tobino,
di Viareggio come Mario Monicelli.
Scrittore capace, come pochi altri, di
raccontare deserti. Quello della guerra,
così come quello della follia.
Monicelli, come si sente
alla vigilia di questo impegno?
“Preoccupato. Molto.
Come non lo sono stato mai”.
Per che cosa soprattutto?
“Per l’impegno
fisico. Per il caldo che ci sarà quando
gireremo. Per dover organizzare scene
con molte comparse, scene di guerra con
bombardamenti, feriti, e tanta gente sul
set”.
Che cosa la ha spinta ad
affrontare un impegno simile?
“Prima di tutto, il
romanzo di Tobino. Che è bellissimo.
Tobino sa raccontare lo smarrimento dei
soldati italiani. Il vuoto della loro
attesa, e quello del deserto intorno. E
poi, perché sono luoghi che conosco
bene, sono storie che conosco”.
Quando è stato in
Nordafrica?
“La prima volta, ci
andai come assistente di Augusto Genina,
che girava ‘Lo squadrone bianco’. Era il
1935: settantun anni fa, e io ero un
ragazzino pieno di domande. Con Genina,
capii che cosa doveva fare un regista”.
Cioè?
“Avevo già fatto
l’assistente di un regista ungherese,
Gustav Machaty. Questo regista metteva
soggezione a tutti: restava in silenzio
per minuti, e nessuno doveva
disturbarlo, poi decideva di spostare le
luci, di cambiare tutto il set… ‘è un
genio’, pensai. Genina, invece, non
alzava mai la voce, parlava con tutti,
sembrava che non facesse un lavoro
difficile. ‘E’ un mediocre’, pensai.
Invece, quando vidi i due film, capii
che quello bravo era Genina. E che per
fare le cose bene non è necessario
atteggiarsi a genio assoluto. Basta
farle”.
Conobbe anche la guerra
in Libia?
“Ero tra quelli che
aspettavano di essere mandati in
Nordafrica a combattere. O meglio, che
aspettavano di essere affondati in
Mediterraneo dalle navi inglesi ancor
prima di arrivare a destinazione. Se
fossi partito, sarei morto affogato di
sicuro”.
Che giudizio ha di quella
guerra?
“Mussolini, quando si
precipitò a parteciparvi, credeva che
fosse già vinta. L’Inghilterra era
devastata dalle bombe, Hitler
passeggiava per Parigi come nel giardino
di casa sua… E invece, non era vinta per
niente. E Mussolini mise in campo un
esercito senza rifornimenti, senza armi,
senza vestiti, senza benzina. Finimmo
chi perduti in Russia, chi in mezzo alla
sabbia”.
Tra pochi giorni esce il
film di Nanni Moretti, “Il caimano”. Che
presenterà il film in televisione, da
Fabio Fazio. L’ultima volta che Moretti
apparve in televisione fu nel 1977, in
un dibattito proprio con lei…
“Me lo ricordo. Era
un ragazzo al suo primo film: si capiva
che aveva talento. Aveva anche molta
impulsività: se la prese con me come
esempio del ‘cinema di papà’. Ma è un
episodio lontano. A me piacciono i suoi
film, e credo che anche lui apprezzi i
miei”.
C’è chi sostiene che
l’uscita del “Caimano” sia inopportuna,
in prossimità delle elezioni, dato che
il caimano in questione sembra
Berlusconi…
“Sarebbe assurdo
sottoporre l’uscita di un film a logiche
elettorali. Non sarà un film a cambiare
l’esito di un voto: la gente decide da
sola come votare. E non saremo noi gente
di cinema a influire sulle loro scelte.
Un regista fa il suo lavoro, e fa uscire
il suo film quando crede che sia pronto
per affrontare il pubblico. Se Moretti
ritiene giusto di uscire ora, esca
adesso”.
Veniamo ai suoi soldati,
ai protagonisti del suo film. Alessandro
Haber e Michele Placido. Che ruoli
ricopriranno?
“Haber vi
sorprenderà: lui che pare abbonato ai
ruoli nevrotici, problematici, sarà un
maggiore medico amante della poesia,
innamoratissimo della moglie. Michele
Placido sarà un cappellano militare che
si preoccupa soprattutto degli altri: un
frate cappuccino che ha già fatto
volontariato nel mondo, e che fa in
giro cercando di difendere la vita
umana”.
Ci saranno ruoli per
attori arabi?
“Sì: un ruolo
maschile abbastanza importante, e quello
di una ragazza. E poi c’è il ruolo di un
giovane ufficiale – che spero interpreti
Giorgio Pasotti, se i tempi dei suoi
impegni concorderanno con quelli delle
riprese. Uno che sa poco di guerra, e
poco anche di medicina”.
Tre personaggi spaesati…
“Lo erano tutti,
spaesati. Lo sono tutti, spaesati, in
ogni guerra”.
Quali saranno i
sentimenti del film?
“Il senso di non
sapere dove si va a finire,
l’inquietudine, lo smarrimento. Ma sarà
anche un film allegro, pieno di voglia
di vivere”.
Sarà una commedia,
insomma.
“Certo. Io faccio SOLO commedie!”. E lo
dice con un certo orgoglio, come un buon
artigiano dice che ha sempre fatto
scarpe, o sempre fatto tavoli. E che gli
sono sempre venuti bene. Come John Ford
che disse “sono John Ford, e faccio
western”. Sono Mario Monicelli, e faccio
commedie. Grazie a Dio. Ci vuole molto
coraggio, per raccontare la guerra, la
morte, il tempo vuoto, e spingere la
gente a sorriderci sopra. Se poi chi fa
tutto questo ha novant’anni, tutto
prende il sapore di un miracolo.