FIRENZE
- Va in onda domenica 26 e lunedì 27
marzo, su Raiuno, la fiction che
racconta un campione dello sport, un
pezzo di storia d’Italia, un mito
dell’Italia contadina, schietta,
sanguigna di cinquant’anni fa: “Bartali,
l’intramontabile”, diretto da Alberto
Negrin. Sulla bicicletta, a soffrire, a
sputare sangue, a vincere e a perdere,
finendo secondo dietro Coppi, e sempre
sulla bicicletta a fare da staffetta
partigiana, in bicicletta tra salite e
sudore, c’è Pierfrancesco Favino. Ma
forse, la sorpresa più grande è Nicole
Grimaudo. Che interpreta la moglie di
Bartali, devota, innamorata,
protagonista assoluta di una storia
d’amore tenace, forte. E sembra passato
un secolo dai tempi di “Non è la Rai”:
quando Nicole, con il suo volto pulito,
aristocratico, in mezzo alle cento
ragazzine di Boncompagni, brillava di
una luce diversa.
Incontriamo Nicole alla vigilia della
presentazione del film, che viene
proiettato in una versione
“cinematografica” a Firenze: dove
Bartali visse, dove Bartali si innamorò,
dove morì.
Nicole, prima di tutto: come cominciò
l’avventura, a “Non è la
Rai”?
“Lo si dice sempre, ma per me fu
veramente un caso. Io, siciliana,
quattordicenne, a Roma da mia sorella.
La città tappezzata di annunci, facevano
i provini per ‘Non è la Rai’. Sarebbe
stato l’ultimo anno, la popolarità della
trasmissione era enorme. Andai, solo per
poter dire a casa: ‘ho fatto i provini
per Non è la Rai’… E invece mi presero”.
Da
allora, hai deciso di fare sul serio.
“Non subito: ma vedendomi a ‘Non è la
Rai’ mi chiamò Lamberto Bava per una
fiction con Raz Degan e Valeria Marini;
e dopo quella fiction, mi ha chiamato
Gabriele Lavia, per interpretare a
teatro ‘Il giardino dei ciliegi’, nel
ruolo che era stato di Monica Guerritore”.
Quella è stata la svolta?
“Senza dubbio. Una tournée a teatro, il
pubblico vero, un maestro come Lavia. E
avevo soltanto quindici anni. A volte mi
chiedevo: ma perché non sono in gita
scolastica come i miei amici? Ma è stata
un’emozione grandissima, un momento di
crescita totale”.
Essere passata attraverso la televisione
– e una tv “cult”, quasi un fenomeno di
costume – e il teatro a quindici anni
può far perdere la testa…
“Ma
io ho sempre saputo che la vita reale è
un’altra. Fare l’attrice è un lavoro
come un altro, ci si sveglia presto, si
impara una parte, si torna a casa. Tutto
qui. Non sei speciale”.
Però…
“Però ci sono delle emozioni
straordinarie che a volte si provano. In
due o tre scene di ‘Bartali’ stavo quasi
per piangere davvero. Per esempio quando
legge l’articolo che in qualche modo
celebra Bartali, e ne conclude la
carriera. Capire che la cosa per cui il
suo uomo aveva vissuto è finita”.
Che
tipo di amore era quello tra Adriana e
Bartali?
“Un amore di quelli tutti di un pezzo,
tenaci, forti, capaci di superare le
avversità. Quello che vorrei vivere io”.
Credi
a un amore del genere?
“Sì. Mi darebbe il senso di avere
costruito davvero qualcosa, nella vita”.
Il lavoro, intanto, sta
andando benissimo, un impegno dopo
l’altro. Hai appena girato un film…
“Sì, ‘Ultima frontiera’ di Franco
Bernini, girato tutto in Sardegna, in
Barbagia. Lo sfondo è quello del
banditismo sardo dell’Ottocento: io sono
la sorella di un bandito, che si
innamora di un tenente. E’ un film di
sentimenti forti, anche quello. Uscirà
in ottobre”.
Televisione?
“Comincio adesso a girare una serie
diretta da Renato De Maria, e della
quale sono la protagonista. E’
ambientata tutta in un ospedale. Io sono
la caposala, una donna divorziata con un
figlio. Una donna che cerca di mantenere
l’equilibrio, pur essendo sempre a
contatto con gente che sta male, e
dovendo fare tutto da sola. E’ un
personaggio che mi appassiona molto. La
serie si chiama ‘Medicina generale’. E
ci lavorerò per i prossimi sei mesi”.
Uno
sguardo a te, fuori dal set. Che musica
ascolti?
“Gli Air, Capossela, i due caposaldi
Guccini e De Gregori, Nick Cave e Ben
Harper”.
Libri
accanto al cuscino?
“Mi sto appassionando moltissimo a ‘Ogni
cosa è illuminata’ di Jonathan Safran
Foer. E poi Erri De Luca”.
Gli
attori che svettano su tutti, per te?
“Gian Maria Volonté. Dustin Hoffman. E
Sergio Castellitto. Tra i registi,
Tarantino su tutti. Chissà, magari un
giorno lo incontrerò, e glielo dico”.
Sembra quasi che non pensi di fare parte
di quel mondo: e che un giorno potrebbe
non solo incontrarlo, ma anche lavorare
con lui.