LOS ANGELES - Ieri, a Los
Angeles, un regista grandissimo ha
ricevuto l’Oscar alla carriera. E’
Robert Altman, 81 anni, figura dritta da
antico ufficiale sudista, baffi bianchi
e sguardo dritto, chiaro, sempre a
indagare qualche punto lontano. In
realtà, tutto il contrario di un
ufficiale sudista: democratico,
antimilitarista, attento soprattutto
alla voce delle donne, nei suoi film. A
sentimenti sottili, armonie quasi
impalpabili. Altman è forse l’unico
regista al mondo capace di restituire,
al cinema, il senso della vita normale,
di una giornata qualunque, dove si
mescolano i ricordi, le frasi che durano
un istante, quelle che ti ricordi tutta
la vita. L’immensa confusione che è la
vita, lui è l’unico a saperla
raccontare.

Un mese fa, si è visto a Berlino il suo
nuovo film: con una Meryl Streep
straordinaria che canta, si intenerisce,
dà lezioni di dignità mentre intorno sta
chiudendo la radio per la quale ha
lavorato, e sta naufragando un mondo
intero, un piccolo mondo antico del Sud
americano spazzato via dal nuovo che
avanza. I film di Altman sono delle
fotografie di mondi, sono film affollati
di personaggi: sia che si tratti di
raccontare il mondo del cinema – “I
protagonisti” – sia che si tratti di
raccontare l’America borghese, e i mille
incidenti del vivere: come in “America
oggi”, con cui ha vinto il Leone d’oro a
Venezia, tratto dai racconti di Raymond
Carver. Il più grande scrittore
americano degli ultimi vent’anni, tra
parentesi. E poi, nella filmografia, i
capolavori: come “Nashville”, o “MASH”,
che nel 1970 gli valse il primo grande
premio, la Palma d’oro a Cannes. L’Orso
d’oro a Berlino, per non farsi mancare
neanche quello, lo ha vinto con “Buffalo
Bill e gli indiani”, nel 1976.
Ma ieri, sul palco del Kodak Theatre a
Los Angeles, mentre riceveva l’Oscar
alla carriera, Altman ha rivelato un
segreto. Ha cominciato dicendo una frase
quasi di rito: “quando si ricevono
questi premi, si pensa che è finita. Ma
io – ha proseguito – ho un cuore di
trent’anni. Non l’avevo mai rivelato, ma
dieci anni fa ho subito un trapianto di
cuore totale. L’avevo tenuto segreto per
paura di non essere più chiamato a
lavorare. Ho il cuore di una donna. Una
giovane donna che aveva trent’anni.
Così, forse, se volevate sbarazzarvi di
me con questo premio, me lo avete dato
troppo presto”, ha scherzato. “Potrei
vivere ancora quarant’anni!”.
Un attimo di silenzio dopo la
confessione di Altman. E poi un
applauso, una standing ovation. Si era
tenuto il colpo di scena più eclatante
proprio per l’Oscar più importante, per
la foto più significativa di tutta una
carriera. Ma di tutta questa storia, due
cose colpiscono. Una, è che un titano
del cinema come Altman abbia paura di
non lavorare, perché ha subito un
trapianto di cuore. Non contano i premi,
non conta aver inanellato successi uno
dopo l’altro, non conta il talento.
Hollywood non ha pietà, non ha pietà di
nessuno. A molti registi in là con gli
anni è stato negato l’ultimo film: le
assicurazioni non coprono più il loro
lavoro, e se succede qualcosa… Così, un
mito della storia del cinema come John
Huston dovette faticare mille camicie
per poter dirigere il suo ultimo film,
“The Dead”. Ma per gente come loro, per
cui il cinema è la vita, nessun
sacrificio è troppo grande. Huston
diresse con la bombola dell’ossigeno
nello zaino, sorvegliato a vista, contro
il parere di tutti. E fece un bellissimo
film. Altman, per sua fortuna, sta bene.
L’abbiamo visto a Berlino un mese fa, il
suo metro e ottantacinque dritto come un
albero è ancora imponente. La voce
appena più fievole, ma siamo tutti in
dissolvenza, in questo mondo.

La seconda cosa è che è buffo pensare
che il regista che più di tutti è stato
attento al mondo delle donne, che ha
saputo interpretare meglio la loro
psicologia, che a loro ha dedicato anche
un titolo, “Tre donne”, con una
straordinaria Sissy Spacek – è
straordinario pensare che abbia il cuore
di una donna. Forse era proprio quello
che avrebbe voluto, inconsciamente.
Forse vorrebbe avere tutto di una donna:
anche il cervello, la sensibilità, i
cambi di umore. La capacità di dedicarsi
a una cosa minima, di posare
l’attenzione su un particolare, senza
perdere di vista l’insieme. Proprio come
fanno i suoi film.
Come Fellini, Altman è cresciuto in una
casa tutta di donne. Con le sorelle, la
madre, la nonna. Il padre non era mai in
casa. Era circondato da donne. Avere una
sensibilità femminile non vuol dire non
amare le donne, al contrario: la sua
vita sentimentale sarà burrascosa, con
matrimoni e figli sparsi negli anni.
Vuole dire un’altra cosa: un’elasticità
diversa nel considerare le cose, una
pietà, una compassione diversa verso
tutti. Nei film di Altman non c’è chi ha
ragione e chi ha torto. Il gioco dell’
“hai torto tu” è una malattia da maschi
rigidi e ottusi, così come il gioco
della guerra. Tutte cose che ad Altman
non piacciono. La vita è molto più
importante. E Altman lo sa. Il cuore di
donna ce l’aveva anche prima del
trapianto.