FIRENZE -
E’ una malattia niente affatto rara, ma
chi ce l’ha tende a nascondersi. Perché
porta con sé il senso di vergogna che
ogni handicap, purtroppo, porta con sé.
Perché chi ce l’ha sembra che sia
diverso, meno pronto di mente, meno uomo
degli altri. E invece, quasi mai è così.
Chi ce l’ha, è intellettualmente vivace,
dentro sente, vive, ride e ha voglia di
vivere. Ma fuori, sembra fermo. Fermato
in un fermo fotogramma, bloccato e
insieme tremulo. Si chiama Parkinson
questa malattia. La dottoressa Paola
Vanni, neurologa, è uno degli
specialisti che da più tempo, e con più
attenzione, si occupano di questa
malattia. E Firenze – con la clinica
neurologica di Careggi, e con il
dipartimento di neurologia di Santa
Maria Nuova, dove lavora Paola Vanni – è
uno dei centri più importanti d’Italia
per la terapia e la ricerca. Parliamo
con lei di questo problema, che ha una
elevatissima incidenza sociale.

Dottoressa Vanni, prima di tutto: che
cosa è il Parkinson, e come si
manifesta?
“E’ una malattia cronica, progressiva,
le cui cause sono ancora in parte
sconosciute. Si manifesta con quattro
sintomi ‘primari’: per essere molto
chiari, tremore agli arti, lentezza nei
movimenti, disturbi dell’equilibrio,
rigidità. Devono essere presenti almeno
due di questi sintomi insieme, per
pensare alla malattia di Parkinson. Poi,
c’è un’altra serie di disturbi che
variano da persona a persona, e possono
coinvolgere anche la sfera psichica:
disturbi della scrittura, problemi di
deglutizione, del tono della voce,
difficoltà nel mantenere la posizione
eretta. E problemi di ansia, e
depressione, che spesso si accompagnano
a questi sintomi”.
Che
cosa accade nell’organismo?
“In parole povere, le cellule di una
parte del cervello cominciano a morire.
E non producono più una sostanza che si
chiama dopamina. Quando la presenza di
dopamina è molto ridotta, cominciano i
primi sintomi della malattia. Ma il
processo di morte delle cellule comincia
molto prima. E prosegue nel tempo,
aggravando progressivamente i sintomi”.
Chi
colpisce?
“In gran parte, persone sopra i 50 anni.
Ma colpisce anche alcuni giovani. Quando
un giovane, o un quarantenne, viene
colpito dalla malattia, spesso la
malattia è presente nella storia
familiare. Non voglio dire che il
Parkinson sia una malattia ereditaria,
ma può essere presente una
predisposizione genetica, su cui possono
incidere fattori ambientali”.
Per
esempio, quali fattori ambientali?
“Si è scoperto che certi pesticidi ed
erbicidi possono provocare la malattia.,
così come certe droghe. Anche le
esalazioni di benzina possono
scatenarla. Si è scoperto che gli
indigeni Chamorro del Guam avevano una
incidenza di Parkinson pari a 100 volte
le altre popolazioni. Si è scoperto che
era dovuto alle abitudini alimentari
locali: mangiavano carne di pipistrello,
i quali a loro volta si cibavano di semi
di una pianta, la cicadea, ricca di
tossine note per provocare disturbi
neurologici”.
Ma
esistono modi per prevenire la malattia?
“Finora no. Anche per questo, è
pericoloso tentare una diagnosi precoce.
Perché non c’è profilassi possibile.
Anche se c’è una sostanza, la rasagilina,
che si sta mostrando efficace nelle
prime fasi della malattia, rallentando
il declino funzionale dei pazienti, e
che pare avere una funzione protettiva”.
Come
può accorgersene una persona presto?
“Ci sono alcuni sintomi precoci, di
quando la malattia non è ancora ‘conclamata’.
Per esempio, la difficoltà a girarsi nel
letto, una sensazione di rigidità, un
cambiamento nella propria calligrafia. E
altri. Ma è inutile spaventarsi se si fa
fatica a girarsi nel letto”.
Quale
è l’aspettativa di vita di chi è affetto
dalla malattia?
“Lo dico sempre: di Parkinson non si
muore. L’aspettativa di vita è
praticamente uguale a quella della
popolazione generale. Il problema è che
bisogna imparare a vivere, con il
Parkinson. Prima della scoperta di un
farmaco, la L-Dopa, i pazienti morivano
nel giro di qualche anno, o si
trasformavano in ‘statue umane’ bloccate
nei movimenti, nelle espressioni. Adesso
no. Il problema più importante è
convivere con la malattia, con i
problemi che comporta”.
Che
cosa si può fare per migliorare la vita
di chi ne è affetto?
“Il Parkinson è una malattia complessa,
che coinvolge molte professionalità.
Ogni paziente dovrebbe avere uno
specialista di riferimento, al quale
porre domande. E poi dovrebbe avere
accessi facili agli altri specialisti di
cui può avere bisogno: lo psicologo, il
logopedista, il fisioterapista. Dovrebbe
potere accedere ai servizi di ognuno di
loro in maniera semplice, facile,
veloce. Spesso questo non succede. A
Firenze, l’Associazione italiana
Parkinsoniani di Firenze sta facendo
proprio questo lavoro: coordinare il
lavoro di vari specialisti mettendoli a
disposizione dei parkinsoniani”.
Dove
ha sede questa associazione?
“Dentro il complesso di Montedomini. Ed
è coordinato da Patrizia Ciolli. L’email
è un po’ complessa:
a.i.p.sez.firenze@libero.it “.
Ma
quanti sono, a Firenze, le persone
interessate da questa patologia?
“Guardi, statisticamente l’1,2 per cento
delle persone si ammala di questa
malattia dopo i 65 anni. Altri si
ammalano prima; e ci sono casi di
parkinsonismi, ovvero di patologie
similari. Si pensa che ci siano 19.000
casi in Toscana, e 3.000 a Firenze. E
molti di loro sono, in qualche modo, ‘nascosti’.
Vivono la loro malattia nel chiuso delle
quattro mura domestiche”.
Che
cosa dovrebbero fare?
“Dico sempre che il malato non deve
vergognarsi. Non deve chiudersi in casa.
Deve mantenere la vita sociale. Questo
perché non è giusto punirsi né
vergognarsi di una patologia. E perché
vivere con gli altri, parlare, stare
vicino agli altri migliora anche lo
stato della malattia”.
Nell’ambiente di lavoro?
“Anche qui, l’invito è a vivere la sua
vita in modo normalissimo. Non
nascondere i problemi, anche perché
prima o poi si vedono. Ma se viene
seguita bene, la malattia può
accompagnare una persona in buone
condizioni per moltissimi anni. Nel
momento in cui il lavoro diventasse
difficile, o impraticabile, ci sono le
pratiche per l’invalidità civile e
l’handicap legale”.
Tra le attività della Associazione
italiana Parkinson di Firenze, questo
pomeriggio alle 15.30, con ingresso
aperto a tutti, ci sarà nel teatro di
Montedomini un dibattito sui temi della
convivenza con la malattia.
Interverranno il professor Alberto
Baroni, primario Geriatria all’ospedale
I Fraticini, e la dottoressa Paola
Vanni.