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Quando
Celentano cercava Via Pipolo.
Muore
Giuseppe Moccia, re della commedia.
ROMA
- Il nome, letto così, sembra quasi la metà di qualcosa. Perché lo
leggevi sempre tutto d’un fiato: “Castellano-e-Pipolo”. Ieri se n’è
andata metà, di questo nome. Giuseppe Moccia, in arte Pipolo. Uno
che aveva scritto cento film, che ne aveva diretti venticinque.
Eppure, “Castellano e Pipolo” sembrava solo un marchio doc sotto a
un successo annunciato. La denominazione di origine controllata di
un film destinato a fare incassi. Invece, c’era un uomo, un passato,
una storia, un lavoro duro, dietro quel marchio, dentro quel nome.
Giuseppe Moccia, in
arte Pipolo, è morto ieri. La notizia è stata annunciata dal
portale Cinemotore, e ripresa dalle agenzie di stampa. Un’altra
coppia dello spettacolo diventa storia. Si sono sbriciolate
tutte, le grandi coppie del cinema e del teatro. Quelle che
sembravano lì per sempre. Garinei e Giovannini, Age e Scarpelli,
Benvenuti e De Bernardi, o – viene in mente – i fratelli Frazzi.
Nel giro di pochi anni, se ne sono andate molte “metà”, e quelli
rimasti non sono più quelli di prima. Quando c’erano ancora.
Castellano, l’altra metà della coppia, era morto nel 1999. Enzo
Garinei è morto il maggio scorso, Age nel novembre 2005, Andrea
Frazzi – fratello gemello di Antonio: e per trent’anni hanno
fatto tv e cinema insieme – se n’è andato il 5 maggio scorso.
Leo Benvenuti qualche anno prima, lasciando solo il suo compagno
di giochi, Piero De Bernardi, un giorno di novembre del 2000.

“Era una bravissima
persona”, dice Carlo Verdone alla notizia. “Uno di quelli che
non si fanno sentire, che non volevano essere protagonisti a
tutti i costi, ma che sapevano fare benissimo il loro mestiere”.
Giuseppe Moccia aveva scritto e diretto otto film (“e mezzo”,
amava dire) per Adriano Celentano. Negli anni ’60, girava con i
pantaloni a zampa e le basette lunghe per assomigliare ad
Adriano, che era il suo idolo. Poi finì a fare i suoi film, a
diventarne amico, confidente, complice. “Il burbero”, “Il
bisbetico domato”, “Segni particolari: bellissimo”, “Asso” sono
alcuni dei film fatti per Celentano. Sono forse i più famosi, ma
di film Pipolo – e Castellano con lui – ne hanno fatti tanti.
“Mia moglie è una strega” con Eleonora Giorgi, “Grand Hotel
Excelsior” e “Grandi magazzini” che erano la risposta di Cecchi
Gori ai film di Natale di Aurelio De Laurentiis. E negli anni
’60, il film nel quale Franco e Ciccio incrociarono il destino,
e il declino, di un genio assoluto come Buster Keaton. “Due
marines e un generale”, si chiamava quel film.
Era
nato a Viterbo nel 1931. Aveva cominciato a lavorare
prestissimo, come si faceva nel dopoguerra. E non certo subito
col cinema. Aveva iniziato nel “Marc’Aurelio”, rivista mitica,
tutti prima o poi passavano di lì. Anche Federico Fellini. E
come Fellini, Moccia cominciò a fare vignette, a scrivere
battute. Per guadagnare un po’ di più, la notte scriveva dei
gialli. Pubblicati sotto pseudonimo, in una collana che si
chiamava “La settimana gialla”, e faceva concorrenza al Giallo
Mondadori.
Anni
di idee, improvvisazioni, espedienti. Finché lui e Castellano
non trovarono un altro lavoro da “negri”, di quelli che un
cinema italiano in salute poteva offrire. Tradurre in italiano
le battute dei film comici. Non tutto il film: soltanto le
battute. Si fecero notare: e un produttore chiese loro di
sostituire Marchesi e Metz, due giganti della commedia
all’italiana, nella scrittura di un film. “Siete capaci?”. E
loro: “come no!”. In realtà non sapevano da che parte
cominciare. Ma lo fecero lo stesso. Era il 1958. Il film era con
Maurizio Arena, Abbe Lane – una star americana ci voleva – e due
giovani emergenti: Tognazzi e Vianello. Musiche di Domenico
Modugno. Il film uscì nel 1958: “Marinai, donne e guai”.
L’avventura cominciava.
Da
allora, quasi mezzo secolo di cinema. Adriano Celentano che in
uno dei rari film non scritti con loro, “Sing Sing”, trova il
modo di render loro omaggio, inventandosi una battuta: “Cerco
via Castellano, angolo via Pipolo”. Celentano era felice di aver
dedicato loro una strada.
Ha
lavorato con tutti, Moccia. Con Totò (“Signori si nasce” e “Totòtruffa”),
con Johnny Dorelli, Claudio Villa, Mastroianni, Buscaglione,
Delia Scala, con Ornella Muti, Eleonora Giorgi, Pozzetto, Edwige
Fenech, Lino Banfi, Paolo Villaggio. Da Buster Keaton ad Alessia
Merz. Senza mai voltarsi indietro: “A casa mia non troverà i
poster dei miei film”, diceva a una giornalista. “Se ho ottenuto
qualcosa nella vita, è perché ho lavorato, sempre, senza orari,
né feste. E senza pensare a quello di buono avevo fatto, ma a
quello che dovevo fare”.
Aveva appena scritto un film per Valeria Marini, “Pazzo di
lei”. Gli restava il sogno: fare tornare Celentano al cinema.
“Ho immaginato la storia di un barbone filosofo che vive ai
margini della città: il resto non glielo dico, lo devo prima
dire a lui”, diceva, con un filo di civetteria.
Lascia un erede. Forse lo avrete già capito, rigirandovi nelle
orecchie il suo vero cognome. Federico Moccia, l’autore di “Tre
metri sopra il cielo” e di “Ho voglia di te”, è suo figlio. Non
solo. Anni fa, il padre aveva diretto un film, “College”, con
Federica Moro. E poi aveva lasciato al figlio la regia della
serie televisiva, diventata un cult degli anni ’80. Adesso,
Federico – che, non tutti lo sanno, doveva essere il regista del
primo film di Pieraccioni, “I laureati” – è diventato famoso
praticamente quanto il padre, con “Tre metri sopra il cielo”,
libro cult degli anni 2000, prima circolato quasi
clandestinamente e poi esploso come best seller travolgente.
Quel cognome che Giuseppe Moccia aveva dovuto tenere chiuso
all’ombra di quello pseudonimo un po’ buffo, adesso, finalmente,
era diventato famoso. Chissà se la sentiva come una rivincita.
21 Agosto 2006 |
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