FIRENZE – Il piccione di
Povia? Abitava su un tetto, nel
centro di Firenze. Quello che ha
ispirato la canzone che ha vinto
a Sanremo, quello che si
accontentava delle briciole,
quello che volava basso, perché
il segreto è volare basso. Stava
su un tetto fiorentino. “E
neanche lo sopportavo”, dice
Povia, fiorentino per amore, da
cinque anni: per amore della sua
donna Teresa, che gli ha dato da
poco una figlia. “Ogni mattina,
a mezzogiorno, io appena
sveglio, e questo piccione a
tubare, ad amoreggiare e a
rumoreggiare, con tutti i suoi
rumorini da piccione. E io,
piano piano, mi sono chiesto se
non avesse ragione lui, con il
suo amore così semplice, in
qualche modo così assoluto. E ho
cominciato a scrivere una
canzone su di lui”.
Povia, nelle strade
medievali di Firenze, tra i
vicoli intorno a Ponte Vecchio,
ha vissuto anni di bohème. E in
questi anni, ha maturato il suo
talento. Ha coltivato i suoi
sogni, tra un turno e l’altro
del suo lavoro di cameriere. Lo
incontriamo in un bar. E ci
facciamo raccontare i suoi anni
anonimi. Quando ancora il
successo era un miraggio
lontano, da afferrare, semmai, o
forse da non raggiungere mai.
Povia, quali erano i luoghi
della tua Firenze?
“Piazza Santo Spirito, dove mi
ritrovavo con il mio amico
Simone Cristicchi, che aveva
anche lui una fidanzata a
Firenze; il Porto di Mare e
l’Eskimo, due locali dove si fa
musica dal vivo, ai quali sono
molto legato. E piazza della
Passera: lì, al caffè degli
Artigiani, un piccolo caffè
frequentato da turisti
americani, nel mezzo del cuore
della Firenze antica, ho
lavorato per due anni”.
Hai lavorato a lungo come
cameriere?
“In tutto, diciotto anni. Di qua
e di là, a Milano, a Porto
azzurro all’isola d’Elba, e poi
a Firenze”.
Che cosa si impara?
“La pazienza, prima di tutto. E
poi si impara a riconoscere le
brave persone. E anche gli
altri, quelli che brave persone
non sono”.
Ci sono stati momenti in cui hai
pensato di smettere, di mollare
tutto?
“Praticamente, in continuazione.
Pensavo sempre: basta, adesso
smetto. In questo mondo, nessuno
ti apre le porte. Stavo male, mi
sentivo a mio agio solo con la
mia fidanzata…”.
Quando l’hai conosciuta, Teresa?
“L’ho conosciuta in modo
classico, in una discoteca
all’isola d’Elba. Dodici anni
fa. Teresa è di Firenze; ci
siamo visti per sette anni
attraversando l’Italia da una
parte all’altra. Poi, cinque
anni fa, sono venuto ad abitare
qui”.
E ora chi sei?
“Uno che non si considera un
artista, ma uno che vorrebbe
scrivere canzoni per tutti. Per
comunicare alla gente. Uno che
vorrebbe essere semplice, e
chiaro, e dare emozioni.
Insomma, vorrei essere ‘pop’. E
non sono né di destra né di
sinistra. Ho cantato per il
papa, ma non per vestirmi di una
bandiera. Perché ci credo io, e
basta”.
Insomma, tu non ti schieri. Ma
la religione è importante per
te. Da quando?
“Da quando ero depresso,
praticamente disperato. Non
riuscivo a sfondare con la
musica, passavo da un lavoro di
cameriere all’altro, non avevo
neanche una città di cui potessi
dire: è casa mia…”.
E poi?
“E poi, nella sala di aspetto di
una stazione, do un euro a un
frate cappuccino che chiedeva,
con molta discrezione, dei
soldi. Lui mi dice: ‘siediti’.
Come, siediti? Mi sono seduto,
perché ho visto che aveva un
volto intenso, serio, che aveva
qualcosa da dire. Abbiamo
parlato. E questo frate
cappuccino mi ha cambiato la
vita”.
Come è la tua vita adesso?
“Semplicissima. Sto con la mia
donna, Teresa, con mia figlia
Emma, che ha 15 mesi e comincia
a ‘gattonare’. E vado a fare la
spesa al supermercato, come
tutti”.
E’ più bello scrivere le canzoni
o cantarle?
“Per me, scriverle. Mi ci
vogliono cinque minuti per avere
un’idea, e mesi per finire una
canzone. E nel mezzo, c’è il
lavoro più bello del mondo. Dare
vita a una melodia, a
un’armonia, a delle parole.
Creare qualcosa che prima non
esisteva. A volte mi stupisco
ancora, di questo miracolo che
accade ogni volta”.
Una
curiosità. Ma dove abitava il
piccione della canzone con cui
hai vinto Sanremo?
“Di fronte alla mansarda dove
vivevo io, a Firenze. Mi
svegliavo, e vedevo tutti i
giorni questo piccione che
tubava. Non lo sopportavo: io
non amo i piccioni, per niente!
Ma poi ho capito che aveva la
sua ragione di vita, che aveva
il suo diritto alla felicità,
all’amore. E che, a suo modo,
sui tetti di fronte a casa mia,
lui viveva l’amore in un modo
assoluto”.
Quale canzone stai scrivendo?
“Una canzone sull’amicizia. Che
sarà più bella di tutte quelle
che ho scritto fino ad ora. Ma
una canzone non si fa in cinque
minuti. Ci vogliono mesi. In
cinque minuti ti viene un’idea,
un titolo, un ritornello. Il
resto è lavoro, è fatica”.
Concerti? Farai quello del Primo
Maggio?
“No. Ma non perché ho suonato
per il Papa, e non faccio il
Primo Maggio. Non lo faccio
perché molti suonano in quel
concerto per atteggiamento, e
non per convinzione. Ci vanno
perché fa figo”.