FIRENZE -
Sofia Loren, Irene Papas,
Takeshi Kitano il
regista più “pop” di
tutto l’Oriente, e il
più premiato ai
festival. La regina di
Danimarca Margrethe II,
il patriarca di
Costantinopoli
Bartolomeo I, il
cantante lirico Ruggero
Raimondi, Carlo Ponti
jr, Roberto Colaninno.
Quest’anno il premio
Galileo 2000, dedicato
alla pace e a chi ha
collaborato a costruire
la pace, aveva un vero
parterre de roi
di premiati.
Lo scenario
è il cortile dell’Ammannati
a Palazzo Pitti,
imponente. Pietra,
ordine, pace. E dietro,
gli alberi del giardino
di Boboli illuminati da
una luce estenuata di
primavera, come se
quella luce dovesse
scoprire tutto per la
prima volta. Alberi, che
si intravedono dietro. E
le persone, nel mezzo
del cortile.
Tra le prime
ad arrivare è Irene
Papas. Indimenticabile
Penelope nell’Odissea
più bella della storia
della tv italiana. Ma
anche protagonista di
ottanta film, da “Zorba
il Greco” a “Cronaca di
una morte annunciata”,
fino al “Mandolino del
capitano Corelli”. Un
simbolo del cinema
greco, un’incarnazione
della poesia antica.
“No, non mi dica queste
cose, altrimenti mi
sento vecchia. Io non ci
penso ai film che ho
fatto; e non penso
neanche a quelli che
farò. Penso soltanto al
presente. Al presente
che è sempre
imprevedibile, e dunque
anche di questo è
difficile parlare. E’
più importante vivere,
minuto per minuto”. Tra
pochi minuti, riceverà
il premio “Genio di
donna”.

E’ fasciata
da un vestito azzurro
scuro, indaco. Sopra ha
uno scialle lungo, di
lana, anche quello blu e
nero. Anche i gioielli
sono blu. I capelli
nerissimi, e una lunga
figura avvolta nel
colore della notte
giovane, quando le
stelle cominciano ad
apparire. Quell’ora
fragile, in cui tutto
sembra possedere un
nuovo, più intenso
significato. “Signora,
lei ha lavorato con
Anthony Quinn, Katherine
Hepburn, Yves Montand…
adesso con chi vorrebbe
lavorare? Quali attori,
quali registi la
seducono, la
interessano? “Guardi, io
dico sempre a me stessa
che ho finito con il
cinema. Poi mi accade di
tornare a lavorare, ma
io continuo a pensare
che ho fatto quello che
dovevo fare. Che cosa
desidero? Che il cinema
europeo torni a essere
un cinema d’autore, che
non si faccia ingoiare
da quel cinema che serve
soltanto per riempire
gli spazi tra le
pubblicità”. Parla del
cinema americano? “In
molti casi sì”.
Attorno a
lei, un nugolo di leader
di religioni differenti.
Bartolomeo I, patriarca
ecumenico di
Costantinopoli, che
riceve il Premio
speciale per la Pace;
Vickent Aykazian,
vescovo della chiesa
armena d’America, Samuel
Sirat, Rabbino capo del
concistoro generale di
Francia, e il cardinale
arcivescovo di Firenze,
Ennio Antonelli. Parla
in greco con il
metropolita, parla in
italiano con i prelati.
Poi si mette in un
angolo, li ascolta
parlare di pace, di
dialogo, di incontro tra
i popoli. Sul palco,
coordinati da Antonio
Polito, giornalista
lucido e attento, una
fantasmagoria di figure,
cappucci, croci,
tonache, stole. Lei, in
disparte a sedere, musa
e dea della religione
più profana – ma quanto
importante – del cinema,
dei sogni che la gente
ama sognare.
Poco dopo,
arriva un’altra dèa di
questa religione: Sofia
Loren. “Sono venuta come
madre, perché premiano
mio figlio Carlo Ponti
jr. Oggi non fate le
fotografie a me, fatele
a lui. Per me questo è
il più grande regalo,
nel giorno della festa
della mamma”.

Ci sono
anche delle troupe della
tv giapponese. Giovani,
tecnologici,
impenetrabili nei loro
sguardi per noi
difficilmente
comprensibili.
Elegantissimi. Aspettano
il loro idolo, Takeshi
Kitano, gloria nazionale
in Giappone, dove è uno
showman in tv, oltre che
il più premiato tra i
registi di cinema. Una
vittoria a Venezia,
innumerevoli presenze a
Cannes, Kitano è un mito
per loro, che con la
telecamera in spalla
aspettano per ore il suo
arrivo. Un passato da
pugile e da ballerino di
tip tap, un’operazione
di chirurgia facciale
subita in seguito a un
incidente di moto, 50
libri scritti tra un
film e l’altro: Kitano è
una delle personalità
più stupefacenti,
prolifiche, esplosive
del mondo del cinema
mondiale.
“Anche la
bellezza, anche l’arte –
dice Kitano – possono
contribuire al dialogo e
alla pace. Mi sento di
poterlo dire,
soprattutto qui, in
questa città che ha una
lunga tradizione di
arte, e di civiltà, di
dialogo tra le persone e
tra i popoli”. Poi
sparisce con i suoi
giornalisti televisivi
giapponesi dagli
occhiali scuri, che
potrebbero benissimo far
parte del cast dei suoi
film. Ma forse in
Giappone sono tutti
così, come il regista di
“Lost in Translation”.
Poi, la cena
per i settecento
invitati; e una festa
rinascimentale medicea,
che ha il suo culmine
nell’arrivo del corteo
del calcio storico in
costume fiorentino.
Perché il calcio iniziò
qui, a Firenze. Era un
calcio diverso: una
specie di pre-rugby,
mescolato alla lotta
libera e al calcio di
oggi. Era diverso. Di
sicuro, non era
corrotto. Ma questo è un
altro discorso.