BERLINO - E’ oggi, al festival di Berlino,
il gran giorno di “Romanzo criminale”. Il
pubblico della enorme sala al Berlinale Palast –
cinque ordini di posti, stampa che arriva da
tutto il mondo, e soprattutto da Germania, Est
Europa, Spagna, Scandinavia, Russia – ha visto,
forse anche con occhi un po’ sbigottiti, le
vicende dei borgatari romani diventati
fuoriclasse del crimine, in un’Italia anni ’70
che vede il terrorismo frantumare le certezze,
il rapimento di Moro alzare i toni dello
sgomento, e la Coppa del mondo di calcio alzata
dal presidente Pertini portare, su tutto questo
caos, una mano di vernice scintillante, una
illusoria patina di “va tutto bene, siamo i più
forti”. Il tutto, visto da un gruppo di balordi
che hanno la faccia di Kim Rossi Stuart,
Riccardo Scamarcio, Pierfrancesco Favino,
Claudio Santamaria.
Un bello shock, per il pubblico
internazionale abituato da qualche anno ad
associare l’Italia alla commedia, ai movimenti
sgangherati di Roberto Benigni, al suo
irrealismo poetico, alla sua stralunata poesia.
“Ma noi siamo i maestri del realismo, dello
sguardo impietoso verso la nostra storia”, dice
il regista Michele Placido. “Non io, non sono
così presuntuoso: ma tutti i registi che hanno
raccontato la storia recente d’Italia, quelli
che hanno raccolto le macerie del dopoguerra e
ne hanno fatto dei capolavori, come Rossellini o
De Sica. E più ancora Francesco Rosi, che ha
puntato uno sguardo politico sullo schifo
italiano, sul degrado della nostra classe
politica”.
All’incontro stampa anche
l’autore del libro da cui Placido ha tratto il
film, il magistrato Giancarlo De Cataldo: “E’ la
storia di un gruppo di criminali che si propone
di conquistare Roma con il business dell’eroina:
e che stringe accordi con la mafia, con i
servizi segreti deviati, con i terroristi neri,
con il potere ‘ufficiale’. Perché ogni criminale
per fare il salto di qualità deve avere
connessioni e amicizie con il potere, con coloro
che governano, con il denaro ‘pulito’. A che
cosa serve il nostro film? A parlare delle
connessioni tra criminalità, segreti, stragi. Se
il dibattito politico ne avesse parlato un po’
di più, non ci sarebbe stato bisogno di questo
film”.
“Attenzione – dice Placido ai
giornalisti in sala stampa – questi personaggi
non mi stanno simpatici: penso solamente che
siano umani. Sono cattivi, sì, ma mai quanto i
politici. In ogni guerra, in ogni tragedia non
sono i soldati i protagonisti, coloro che tirano
le fila. Sono quelli in giacca e cravatta che
stanno in alto”. Riguardo alla scelta degli
attori, aggiunge: “Sono straordinari, tutti,
perché non hanno vissuto quel periodo, non sono
cresciuti in strada, e hanno fatto un’operazione
di interpretazione straordinaria. Sembra che li
abbia presi dalla strada, tanto sono veri. E
invece ci sono arrivati con la loro
intelligenza, con la loro capacità di messa in
scena. Perché ho fatto questo film? Perché
volevo uscire dal solito racconto borghese del
cinema italiano, due camere e drammi personali”.
E in fondo, ha ragione. Il cinema italiano da
anni guarda alle sue storie intime, piccole.
Private. Stavolta, un affresco di grandi
dimensioni, una storia che coinvolge il nostro
passato recente. Vedremo come la prenderanno,
qui in Germania.
Resta il tempo per una ultima frase: ma ci sono
dei riferimenti all’oggi, nel film? “Quando nel
finale quello dei servizi segreti dice ‘sta per
arrivare il tempo dei furfanti’, capisce che
quello che aspetta l’Italia è qualcosa di ancora
più terribile, più cialtronesco di quello che
aveva vissuto in quegli anni. Volte sapere se è
un riferimento all’oggi? Se ce lo vedete, vuol
dire di sì…”, risponde, sibillino ma neanche
tanto, lo sceneggiatore Sandro Petraglia.