Intervista a Kim Rossi Stuart

BERLINO – Kim Rossi Stuart farà, domani, la passerella con la stampella, per i postumi dell’incidente stradale subito il 17 ottobre scorso. Ma sta guarendo e, dice, “ho una gran voglia di fare jogging”. Quella pausa forzata, dice, “è stata anche un dono. Ho potuto staccare la spina per un po’, e ogni tanto ce n’è bisogno”. Domani, a Berlino, è il giorno di “Romanzo criminale”, il film chiamato a rappresentare l’Italia in concorso. Cinque Nastri d’argento ne hanno salutato il successo doppio, pubblico/critica, in Italia. “All’estero? Spero che possa raccontare un po’ della storia recente dell’Italia, e che riesca a difendere il nome del nostro cinema, in un momento in cui si producono così pochi film”.

 

               In giuria, qui a Berlino, c’è Charlotte Rampling, con cui Kim ha lavorato nel film di Amelio “Le chiavi di casa”. “No, questo non penso sia un vantaggio: mica sono l’unico amico di Charlotte Rampling… E poi, pur di non sembrare parziali, a volte si fa esattamente l’opposto: anche se ci è piaciuto il film di qualcuno che conosciamo, ci teniamo fuori dalla discussione… Un premio? No, non ci penso. Già essere qui è un gran premio, poter assistere al film proiettato in condizioni ottimali, sapere che un pubblico molto specializzato lo vedrà. Sono tutti enormi premi”, dice Kim. Lo sguardo è sempre quello, freddo con una venatura sentimentale, al fondo. “Io la realtà di quel film un po’ la ho conosciuta, o meglio, subodorata. Erano ragazzi norma li, di una generazione appena un po’ sopra la mia: ragazzi con le loro amicizie, gli amori, i sentimenti. Tutto come noi, finché non mettevano mano alla pistola”.  

 

               Tra poco uscirà il suo primo film da regista, “Anche libero va bene”. Protagonisti, un adolescente e una splendida Barbora Bobulova – le foto sono già uscite nel web. “Ho scelto un adolescente come protagonista perché mi sento un ragazzino, come regista. La sfida più grande? Tutto quello che volevo era fare un film sincero. Non ho pensato ai movimenti della cinepresa, alle acrobazie tecniche. Volevo un film sincero”.

 

               “La difficoltà più grande è stato nel fare recitare molti bambini insieme, e ci sono state diverse scene un po’ complicate per questo. Però, non è stato un film ‘tecnicamente’ difficile. Sta tutto nella storia, e nelle emozioni degli attori”. Una curiosità. Ma in tutto quel tempo in cui è stato costretto a non muoversi, dopo l’incidente, che cosa ha letto, che cosa ha ascoltato, che cosa ha sognato di scrivere? “Ho letto poco, i soliti libri che amo: Socrate, Platone, Pietro Citati. E ho ascoltato le musiche che amo di più”. Per esempio? “Per esempio Bach…”. Niente da fare. Una cosa pop, da lui, non gliela senti dire. Ci proviamo. Ma quando volevi passare del tempo libero, a cosa giocavi? “A scacchi. Sono un grande appassionato…”. Giusto.

        

 

15 febbraio 2006

 

 

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