
E’ il bel tenebroso del festival di Berlino.
E, messo in mezzo a tanti giovani attori, e
a tante giovani attrici, fa la sua figura.
Di sicuro, in questi giorni, qualcuna è
stata sedotta dal suo sguardo, dalla sua
simpatia un po’ ribalda. Riccardo Scamarcio
è al festival di Berlino nel gruppo delle
“shooting stars”: una specie di squadra di
calcio composta dagli attori emergenti di
tutta Europa. Uno per Nazione. Riccardo
Scamarcio, amato fino al delirio dalle
ragazzine dopo “Tre metri sopra il cielo”,
rappresenta qui l’Italia. Ma è partito senza
documenti, ragione per cui all’aeroporto è
stato fermato: lo hanno lasciato partire lo
stesso, con un foglio nel quale garantiscono
le sue generalità. Insomma, ha fatto
l’ambasciatore senza passaporto…
Ma
tu, passaporto a parte, ti senti italiano,
europeo, o cittadino del mondo?
“Dico la verità: io prima di tutto mi sento
italiano. Come persona, e come attore.
Questo non vuol dire che non mi piacerebbe
imparare bene l’inglese, o fare film in
Europa. Ma prima di tutto, penso che
l’Italia ha una cultura, una storia. E che
facciamo tutti parte di questa cultura, di
questa storia. Non mi piacerebbe essere un
attore ‘europeo’, così come uno può essere
un attore ‘americano’…”.

Nell’incontro tra lui e gli
altri attori, tutti belli, tutti alla moda,
tutti intelligenti, tutti giovani, Riccardo
Scamarcio fa come Benigni: inglese
maccheronico e molta, travolgente simpatia.
E le attrici – che sono ragazze, prima di
tutto – restano affascinate.
Ma è
già nata qualche storia
d’amore?
“Ma no, però è una bella atmosfera, sembra
un po’ una gita scolastica. Ognuno viene da
un paese diverso, e si scopre che abbiamo
tutti gli stessi problemi, le stesse
esigenze. Cercare di fare cinema, in un
momento in cui fare cinema è
difficilissimo”.
Quali
sono state, nella tua carriera, le scelte
più difficili? O meglio, le cose che hai
assolutamente “scelto” di fare e quelle che
hai assolutamente scelto di NON fare?
“Un film che ho voluto fare a tutti i costi
è ‘Texas’ di Fausto Paravidino. Era una
bellissima sceneggiatura, forse non sarebbe
stato un enorme successo commerciale, molti
mi davano del pazzo ad affrontare questa
storia, con un regista esordiente, ma io
sono voluto andare fino in fondo. E non me
ne pento affatto. Ciò che ho cercato di non
fare sono molte offerte della televisione”.
Adesso però interpreti una serie televisiva,
“La freccia nera”, al fianco di Martina
Stella. Ed è televisione. Come mai?
“Perché è una serie ‘nobile’, con un grande
precedente, quello degli anni ’70. Perché
c’è un grande cast, e lavorare con Martina è
stata una sorpresa piacevole anche in
termini umani”.
Come
è Martina Stella sul set?
“E’ molto ironica, molto vivace, molto
capace di ridere anche di se stessa. SI
lavora benissimo, con lei”.
Se tu
fossi una star americana, con chi vorresti
lavorare?
“Con Meryl Streep. L’ho vista ieri nel film
di Altman, credo che sia la versione
femminile di Dio. E poi, tra quelli della
mia età, con Scarlett Johannson”.
Un
attore maschile che è il tuo punto di
riferimento?
“Jeff Bridges. Mi sembra il più grande di
tutti – a parte i mostri sacri, Hoffman, Al
Pacino, De Niro – per quell’aria distratta
che riesce a dare a tutti i suoi personaggi,
quell’aria di essere e non essere dentro le
cose”.
Imparerai l’inglese alla perfezione, per
poter lavorare nel cinema internazionale?
“Veramente, ho detto a tutti gli altri che
devono assolutamente imparare l’italiano! Mi
sembra questa la scelta importante, che
diamine!”.
Il
prossimo film che interpreterai?
“Il film di Daniele Luchetti, ‘Mio fratello
è figlio unico’. No, non c’entra con la
canzone di Rino Gaetano, ma con un libro di
Pennac. Lo interpreto insieme a Elio Germano
e Silvio Orlando. E’ una storia che si
svolge negli anni ’60 e ’70: la storia di un
ragazzo che passa attraverso tutti gli
estremismi, dalla religione al fascismo al
comunismo”.
Una
domanda che può sembrare stupida. Ma tu
perché hai scelto di fare l’attore? E
quando?
“Perché volevo fare qualcosa di grande.
Qualcosa di bello. Non perché volevo
diventare famoso, ma perché volevo che la
bellezza avesse un ruolo, nella mia vita”.