Intervista a Chloe Sevigny protagonista di "Lying"

 

CANNES – « Mi hanno preso per una indie queen, una regina dei film indipendenti. Ma io certo che voglio fare anche i film da grande pubblico, mica ci tengo a essere vista da pochi!". Chloe Sevigny ride, parla a voce alta, gesticola. Una ragazza americana allegra, schietta. E bellissima. Non te la immagini cosi', quando la vedi nei film americani piu' intelligenti, più "d'autore". Quando la vedi fare l'assistente alla dottoressa che parla con gli animali in "Broken Flowers", per nominare solo l'ultimo. O quando, smarrita, incredula, con un volto di purezza cristallina, apprendeva di avere l'Aids in "Kids" di Larry Clarke. Perché Chloe Sevigny ha un volto di purezza cristallina, che ti fa venir voglia di parlare sottovoce, per non turbarlo. Capelli biondissimi, pelle bianca come carta di riso, l'aria tra malinconica e disillusa. Sembra un angelo stanco, nei film. E poi quegli occhi. Colore dell'ultraterreno.

 

            Quando ci parli, invece, è una ragazza forte, diretta, che di ultraterreno non ha niente. E meglio cosi'. Tra il primo e il più recente, ha inanellato film con Woody Allen e con Lars von Trier, e ha vinto un Golden Globe, oltre a essere stata nominata all'Oscar, per "Boys Don't Cry". A Cannes, due anni fa arrivo' con la scena dello scandalo: cinque minuti di sesso orale praticato senza finzioni con Vincent Gallo, nel film "Brown Bunny". Stavolta, arriva con un film molto più minimale, "Lying", mentire, in concorso alla Quinzaine des realisateurs, diretto da un regista che si fa chiamare M Blash. La incontriamo sulla terrazza dell'hotel. Dev'essere qui il paradiso.

 

            Chloe, il film "Lying" è tutto sulle bugie, anche minime, che il suo personaggio dice. Lei dice ogni tanto delle bugie?

 

            "Io ho il problema opposto: sono troppo diretta, troppo franca, e magari per questo faccio una strana carriera. Sono cinica, onesta, e a volte negativa. Sono una che le cose te le dice in faccia, e a volte non fa piacere".

 

              Due anni dopo lo scandalo, torna a Cannes. Con quale animo?

 

            "Quel film, e quella scena, non furono capite. Voi giornalisti – e ti punta, col dito, come se fosse stata tutta colpa tua – avete creato un gran affare mediatico sopra una provocazione artistica, inserita in un film poetico e intimo. Ho odiato voi giornalisti!", ride. Ma intanto l'ha detto, e mi sa che è vero.

 

            Ce l'ha con chi ha scritto senza vedere il film?

 

            "La gente scrive di cose che non ha visto, si'. Perché se lo vedi, il film, tutto ha senso. E' un film d'autore, è arte. Dovrebbe essere proiettato nei musei. E' come un film di Andy Warhol".

 

            Ha rivisto quella scena, quel film?

 

            "Io tendo a non rivedere mai i miei film; sarà che non mi piace vedere come sono cambiata… Nel prossimo film avro' il ruolo di una 'più vecchia' di un'altra, e sarà la prima volta; Capisco come si sentono le attrici sopra i quarant'anni".

           

            Come?

 

            "Non sopportano quelle più giovani, fresche, belle. Beh, sai una cosa? Hanno ragione!". E ride ancora. Ma più belle, più fresche di lei – che ha 32 anni, e gli occhi di un angelo adolescente – sarà difficile trovarne.  

 

            Torniamo a "Lying". Che cosa le piaceva, in questo progetto?

 

            "Quando ho letto la sceneggiatura, ho pensato: è bellissimo. E' un film dove quasi non succede niente, ci sono cinque ragazze in una casa in mezzo a un bosco. Eppure tutto sembra pervaso di segni. Ci sono incontri in mezzo al bosco, ci sono canti che non si sa da dove vengono. C'è un'atmosfera di mistero nei personaggi, nella casa, nel senso della vita che questo film trasmette".

 

            Sembra un po' una favola: il bosco, la casa, le ragazze…

 

            "Un po' lo è: ma somiglia più, forse, a 'Picnic a Hanging Rock' di Peter Weir. E mi piacerebbe che somigliasse un po' a 'Last Days' di Gus Van Sant, uno dei registi che ammiro di più".

 

            E' orgogliosa di sé, a questo punto della sua vita, della sua carriera?

 

            "Orgogliosa della mia integrità. Meno del mio cinismo".

 

            Quale film sta per girare, adesso?

 

            "Si chiama 'Sisters', di Douglas Buck. Con Stephen Rea e Anna Mouglalis. E' la storia di due sorelle siamesi separate dalla nascita. Una delle due è costretta a vivere un'esistenza da reclusa, sotto il controllo di uno psichiatra".

        

27 Maggio 2006

 

 

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