L'anima di Wolverine

 

FIRENZE - Lui ha trent’anni, la faccia di un ragazzo come tanti. Scarpe da jogging, pantaloni col cavallo basso, l’aria da rapper afroamericano, se proprio si vuole essere esotici. E’ nato, e vive, nella provincia toscana più quieta. Segni particolari: non è ancora mare, non è mai stata montagna. Il mare è un’eco lontana, da una parte, Firenze ancora più invisibile, dall’altra.

             Una vita come tante, a galleggiare tra calcetto, fidanzata, chiacchiere al bar, un’auto da cambiare ogni due anni. Neanche per sogno. Perché Simone Bianchi, quando si chiude in casa, si mette al tavolo, crea incredibili sogni, incredibili incubi. Che poi diventano fumetti della Marvel. In mezzo al nulla della provincia più piatta, lui crea qualcosa che va in tutto il mondo.

             O non lo so, nessuno sa come si sentivano i pittori, gli scultori toscani di cinque secoli fa. Se era più importante per loro fare, o vendere. Se la loro vita si concludeva nello sforzo per trovare la linea di una mano, il disegno di un sorriso appena accennato. Per Simone è così. Lo sforzo è per trovare la nuova espressione di un supereroe, e per creargli intorno un mondo. Di paesaggi spettrali, fantascientifici, pazzeschi.

             Vive in un monolocale, ma non gli pesa. Fuori c’è la campagna, ma non ha voglia di uscire, la mattina o il pomeriggio. Sta sul tavolo, a disegnare tavole, e a infilarle. Nel forno da pizza dello scanner. Nella buca delle lettere del computer. Manda tutto in America. O in un buco nero, in fondo non si sa mai. Mandare delle cose nel computer è come lasciare messaggi in una bottiglia. Non sai mica bene che strada prendono, in mare.

             Poi va a fare la spesa, e nessuno lo riconosce se non come Simone, il ragazzino nato da quelle parti. Altre volte, va a mangiare da sua madre. E poi, invece, quando è andato a San Diego, alla convention del fumetto, i ragazzi facevano la fila per i suoi autografi. E’ una popolarità strana, che non intacca la sua vita. Che lo lascia lavorare tranquillo, a tu per tu con il cinema che gli scorre dentro la testa.

            Simone, com’è che è nato tutto?

           “Facendo delle vignette per un giornale locale, ‘Il Tirreno’. Poi l’incontro con Claudio Castellini, un disegnatore che è diventato mio maestro, mio amico, mio consigliere. I primi numeri di “Nembo”, di “Rivan Ryan”, “Brandon” per la Sergio Bonelli editore. Le copertine di qualche cd, poi lavoro in uno studio di produzione digital video 3d, e partecipo alla realizzazione di videoclip per i 99 Posse e per Ramazzotti. Insomma, è stato un susseguirsi di occasioni. L’importante è non sprecarle”.

             E adesso, un salto di qualità incredibile. Sei stato messo sotto contratto, in esclusiva, dalla Marvel. Cioè, sei uno dei disegnatori su cui punta la più grande casa editrice di fumetti del mondo. Quella di Spiderman, dei Fantastici Quattro. E di Wolverine…

             “Sì: è come un sogno per me. Un’esclusiva con la Marvel! E pensa che stavo per dire di no”.

             Avevi anche dei dubbi?

           “Non solo perché è un impegno titanico: ma perché nello stesso momento mi avevano offerto di disegnare Batman per la DC, l’altra major del fumetto nel mondo. Potevo diventare il disegnatore di Batman o quello di Wolverine. Mi sembrava di sognare, e di impazzire insieme”.

            Come hai scelto?

           “La Marvel mi ha fatto capire di puntare molto su di me. Mmi ha inserito in un programma che si chiama ‘Young Guns Reloaded’: una selezione di sei artisti da presentare in tutto il mondo, come quelli che rappresentano il futuro del fumetto. I giovani talenti su cui la Marvel conta. E sono l’unico italiano”. 

             Un successo che ti godi poco: quanto tempo passi qui nel tuo studio?

             “Tutto quello possibile. Mi chiedono spesso come sia arrivato a certi livelli. Semplice: il talento ce l’ho, ma ce l’hanno anche altri. Ma io ho una capacità di stare col sedere su una sedia fino al punto in cui gli altri non resistono”.

             E’ un lavoro fatto di tenacia, anche…

             “Certamente. Non basta avere l’intuizione. Bisogna lavorarla, tirare fuori l’idea dall’indistinto. Pulirla, levigarla”.

             Adesso a che cosa stai lavorando?

             “Disegnerò gli album di Wolverine, a partire dal numero 50. Copertine e tutti i disegni interni”.

             Quanto ci vuole per disegnare un album?

             “Due mesi, minimo”.

             Le tavole originali che adesso vedo qui dove finiscono?

             “Vengono vendute. A prezzi che a volte spaventano anche me”.

             Come procedi a disegnare un album?

             “Già mentre leggo la sceneggiatura comincio a fare degli schizzi, degli sketch. Otto, nove al giorno. Poi comincio a preparare le immagini definitive. Faccio delle prove, fotografo me stesso o il mio migliore amico nelle posizioni del personaggio, per vedere come cade la luce. Poi disegno”.

             Ma per esempio, per una pagina quanto lavoro ci vuole?

             “Due, tre giorni”.

             Bianco e nero o colori?

            “Bianco e nero. Poi alla Marvel colorano. Mi piacerebbe farlo in prima persona, ma sarebbe un massacro di tempo”.

             Ogni immagine delle tue propone un punto di vista diverso, un piano ravvicinato dopo un ‘totale’, una prospettiva dal basso e una dall’alto… Quanto cinema c’è dentro?

             “Tantissimo. Fare un fumetto è come essere il regista di un film: decido io come fare muovere gli attori, come mettere le luci, come farli recitare…”.

             Con il vantaggio che gli attori fanno proprio quello che vuoi. I tuoi modelli di registi?

            “Kubrick più di tutti. ‘2001 Odissea nello spazio’ più di ogni altra cosa al mondo. E Tim Burton, quello di ‘Edward Mani di Forbice’, Ridley Scott di ‘Blade Runner’, Robert Zemeckis di ‘Roger Rabbit’. “. Ti volti, e vedi centinaia di cassette e dvd. Fanno il paio con le migliaia di fumetti, con i cd di musica. Tutto un mondo che abita nella sua testa, e che ha composto una miscela esplosiva. Fino a farlo diventare un regista senza set, con una matita e un foglio.

            Ma non sogni il cinema-cinema?

            “Me lo chiedi anche? Per esempio, il prossimo film degli X-Men sarà centrato su Wolverine. E io vorrei fare qualcosa in quel film, qualsiasi cosa”.

            I tuoi artisti preferiti chi sono?

            “Moebius, Enki Bilal, Alberto Breccia. I più grandi, tra i creatori di mondi possibili. E nella pittura, Dalì e De Chirico, ma anche Kaspar Friedrich, Géricault, quello della ‘Medusa’, Hyeronymus Bosch, Klimt, Schiele”.

            Musica?

            “Sigur Ros, Massive Attack, Pink Floyd, Clannad, Vangelis, Enya, Springsteen, Iron Maiden, Guccini, Vasco Rossi, Battiato, Peter Gabriel”. Tutti insieme, in un caos colorato. Come nei suoi disegni, dove echi dell’odissea nello spazio di Kubrick si mescolano ai palazzi nel deserto di Dalì, ai globi di luce improvvisi e feroci spuntati dal nulla, e ghigni feroci, occhi spalancati, uomini mostri pelosi, unghie, torri, stelle, tutto insieme, e tutto magnificamente ordinato. Lo vedi, Simone, mentre racconta il suo lavoro. Non guarda fuori dalla finestra, non è impaziente. Non pensa che l’altra gente, magari, è al mare. Lui, i mondi lontani, li ha tutti lì, in quel monolocale.

 

26 Agosto 2006

 

 

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