Il primo film della scrittrice Susanna Tamaro

FIRENZE – Strano. Strano vedere nella parrocchia di San Francesco e Santa Chiara a Montughi, quella che tutti chiamano “del Poggetto”, o “dei Cappuccini” – quella dove ha fatto la Prima comunione, in giacchetta blu, 35 anni fa, Carlo Conti, insieme al sottoscritto – una scrittrice da sei milioni di copie vendute con un libro solo, la protagonista del caso letterario del secolo. Susanna Tamaro, l’autrice di “Va’ dove ti porta il cuore”: la scrittrice italiana più letta nel mondo. E, di contro, anche la più schiva. Non la trovi, in televisione. E allora, che ci faceva Susanna Tamaro in una parrocchia di periferia dove, tra un albero e l’altro, ti può quasi sembrare che il tempo si sia fermato a qualche anno fa? Presentava il suo primo film da regista: “Nel mio amore”. E discuteva con la gente intorno alle domande che questo suo film pone. Sull’amore, sulla famiglia. Sulla fede.

Un esordio coraggioso, a 47 anni. Con una fama di scrittrice consolidata da mettere in gioco. Con un film che prende di petto temi importanti: che senso ha vivere, e come possiamo fare a trovare una via d’uscita, all’inferno sulla terra. Lei, Susanna Tamaro, pronipote di Italo Svevo, cintura nera di karate, animalista convinta, capace di scrivere libri per bambini dopo il successo enorme del suo best seller, di ritirarsi a vivere in un bosco, in una sorta di comune, ha giocato, con caparbietà, con ostinazione, una nuova scommessa. Da un suo racconto, “L’inferno non esiste”, pubblicato nella raccolta “Rispondimi”, ha tratto il suo primo film da regista. Ha affidato a Licia Maglietta, la protagonista di “Pane e tulipani”, il ruolo di una donna assediata da memorie tragiche: la morte del figlio dolce e mite, la morte per infarto del marito, la lontananza di una figlia ostile, che da tempo non dà notizie di sé. Ed è nell’amore, e nella fede, la chiave per uscire dal dolore. Un film dichiaratamente religioso, coraggiosamente inattuale in tempi così spregiudicatamente laici.  

Il suo film parla d'amore, spirito, anima. Pensa sia possibile salvare un'anima con un film?

“Ovviamente no. Ho affrontato questo tema così importante con molto timore. Sono una donna paurosa, ma affronto le mie paure. Credo che la nostra società stia agonizzando, collassando. Eppure abbiamo un patrimonio di cui non siamo a conoscenza. La salvezza può venire da questo, da una nuova prospettiva mentale ed emotiva. Viviamo in un momento di anoressia del cuore, nonostante un certo sentimentalismo diffuso”.

La religione cattolica può indicare la via?

“Io non ho avuto un'educazione cattolica, la mia fede è nata e cresciuta quando ero già adulta. Dunque credo che ogni religione rappresenti una buona via per chi la pratica. Ho iniziato il film con un salmo ebraico, l'ho chiuso con una poesia sufi, proprio per dare un senso d'universalità religiosa”.

Qualcuno ha detto che il suo film è la risposta a “La passione” di Mel Gibson: è d'accordo?

“Non saprei. E' un altro modo di vedere le cose, un altro concetto di religione. Semplicemente io non esalto il dolore e il sangue, seppure questi siano stati parte del mistero cattolico. Il mio film si concentra sulla spiritualità. Parte dal piccolo, dal particolare degli esseri umani e poi diventa universale di fronte alla morte, che ci rende tutti uguali”.
           

Lei pensa che paradiso, inferno e purgatorio esistano davvero oppure no?

“Io penso innanzitutto che siano qua e che il paradiso lo costruiamo qua. Poi magari ce n’è uno anche di là e sono molto curiosa in questo senso”.

C’è chi dice che se Dio esiste, di là c’è solo il paradiso. Non può essere così cattivo da aver creato anche l’inferno.

“Io Hitler non ce lo vedrei bene in Paradiso. Se l’Inferno non esiste, niente ha più senso. Il nostro inferno, comunque, ce lo creiamo qua in terra”.

            Perché la scelta di debuttare con il suo primo film a 47 anni compiuti?

“Non ci pensavo proprio, al cinema. Non volevo invadere un altro campo. Ma quando ho pensato a ‘Nel mio amore’, e ho scritto la sceneggiatura, ho incontrato tante resistenze. Nessuno lo voleva fare questo film: allora ho capito che c’era qualcosa di interessante, in questa storia. E che il film andava fatto, perché dava fastidio. Poi mi piaceva fare un lavoro meno solitario della scrittura: il cinema si fa insieme, in un gruppo, dove ognuno cerca di dare il meglio. Mi sono detta: ho studiato cinema, perché rinunciare a questa occasione? Tutt’al più, se farò un film mediocre, speriamo che i miei lettori mi amino lo stesso…”.  

 

29 Marzo 2006

 

 

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