“Lo chiamavo Ugo. Se lo chiamavi papà, non rispondeva”.

Intervista a Gian Marco Tognazzi

ROMA – “E’ difficile essere bambini normali, con un padre come Ugo”, dice Gian Marco Tognazzi. Di suo padre Ugo, Gian Marco condivide il mestiere – quello dell’attore, forse più difficile oggi di ieri – e la passione milanista. Di film, Gian Marco ne ha già messi insieme quaranta, uno più dei suoi anni: recentemente, “Romanzo criminale”, dove era una specie di consulente legale dei criminali protagonisti del film di Placido. Un ruolo difficile, interpretato con grande bravura. Adesso, ha da poco finito le riprese di “Guido Rossa”, il film di Giuseppe Ferrara sul sindacalista ucciso dalle Br.  

C’erano una volta quattro moschettieri della commedia all’italiana: e uno era Ugo Tognazzi. Gli altri, giusto per fare un ripasso, erano Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni. Fuoriclasse, tutti quanti. Eppure, il nome di Tognazzi era rimasto un po’ in disparte, dimenticato un po’ troppo in fretta. E’ solo adesso che si torna a parlare di lui, sempre di più. Il festival Terra di Siena, diretto da Carlo Verdone, ha dedicato a Tognazzi la sua retrospettiva, due anni fa. E in questi giorni escono un libro e un dvd curato da Roberto Buffagni, che restituiscono un ritratto completo di Ugo Tognazzi, attraverso interviste, spezzoni delle sue apparizioni in televisione e sequenze dei suoi film. Il libro si chiama “La supercazzola”: derivazione diretta, ovviamente, da una gag di “Amici miei”. Noi proviamo a ripercorrere la storia di Ugo Tognazzi – come attore, e non soltanto – insieme a suo figlio Gian Marco.

            Tu sei nato nel 1967. Eri piccolo quando tuo padre viveva un periodo di enorme successo. Com’era vivere con un padre così impegnato, così travolto dagli impegni?

            “Per anni l’ho considerato un padre assente; ma recentemente ho ritrovato dei vecchi super 8, con immagini di famiglia dalle quali traspare una tenerezza infinita di mio padre nei miei confronti. Solo da poco ho capito il suo amore”.

            Che effetto faceva avere un padre così famoso?

            “Da bambino non capivo. Uscivi per un gelato con tuo padre che finalmente ti dedicava un po’ del suo tempo e tutti lo fermavano, lo riconoscevano, lo ringraziavano. Questo mi emozionava, ma non lo capivo. Era per me una figura difficile da mettere a fuoco, perchè cambiava continuamente. In quegli anni lavorava a più film nello stesso periodo e io lo vedevo sempre diverso…”.

            Però questa figura di padre famoso è stata importante per te, come per gli altri tuoi fratelli. Tutti avete seguito la strada dello spettacolo.

            “Sì: Ricky che è attore e regista, Tomas Robsahm – figlio di mio padre e di Margarete Robsahm – che è attore, regista e produttore e vive in Norvegia, e Maria Sole, che ha diretto ‘Passato prossimo’. Ugo ci ha insegnato una grande dedizione per il lavoro, per il sapere stare con gli altri”.

            Ci sono stati momenti difficili?

            “Io ho vissuto prima la fase del grande entusiasmo, quando tutto andava bene, poi il periodo della grande depressione, per due o tre anni, quando il cinema stava cominciando a cambiare. Non era mio padre come attore che non funzionava più, la l’iter malato preso dal cinema, il sopravvento della televisione, il cambiamento della società”.

            Lui vi ha spinto verso questo mestiere?

            “Mai. Per lui avrei dovuto essere un calciatore, o un agronomo. Ma io già a tre anni, quando mi portarono all’asilo, chiesi: e quando facciamo la recita?”.

            Come definiresti tuo padre?

            “Servono molti aggettivi per definirlo: umanità, signorilità, semplicità. Affrontava la vita in pieno, ne godeva, ma sempre con lo stupore e la capacità di entusiasmarsi tipica dei bambini”. 

            Com’era la vostra vita familiare?

            “Era caotica, piena di gente, di amici. Durante le cene raccontava sempre nuovi aneddoti, e tirava sempre dentro noi figli come ‘spalla’. Per noi è stato meraviglioso: recitavamo davanti ad attori e a registi. Questo è il vero vantaggio di essere figli d’arte. Sono opportunità che poi, però, devi sapere mettere a frutto da solo”.

            Il rapporto con tuo padre è stato segnato da crisi, durante l’adolescenza, per esempio?

            “Si è incrinato nella crescita. Molti contrasti, grandi conflitti. Ma mi ha sempre lasciato libero di scegliere. Io lo stuzzicavo, ma lui in fondo si divertiva. Vedeva in me, portati all’eccesso, i suoi piccoli difetti. Crescere in una famiglia così non è facile, rischi di diventare un esaltato. E’ la sua grande umanità che ci ha salvati”.

            Perché lo chiami Ugo?

            “Perché se lo chiamavi papà non rispondeva”.

            Ti ha incoraggiato nel lavoro?

            “Credo che abbia cominciato a stimarmi dopo che venne a vedermi in un difficile ruolo teatrale di Giulio Base, nel gennaio 1990. Prima avevo fatto cose che non gli erano piaciute: anche la partecipazione a Sanremo, l’anno prima. Ma dopo quella sera a Roma, mentre recitavo in un piccolissimo teatro, un ruolo difficile, una storia ambientata nel mondo della boxe, il nostro rapporto cambiò veramente. Era diventato paritetico. Purtroppo questa fase è durata poco: dopo meno di un anno, mio padre è morto”.

            Il libro più dvd è edito da Mondadori. Oltre agli spezzoni cinematografici e televisivi che riguardano Tognazzi, raccoglie testimonianze dei suoi compagni di avventura, come Raimondo Vianello e Dino Risi, e interviste ai suoi figli, Ricky e Gian Marco.

        

12 Aprile 2006

 

 

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