CORTONA
– Tornatore, da quando ha la passione della
fotografia?
“Avevo
dieci anni quando ho cominciato a usare la macchina
fotografica. La portavo sempre con me. Per dieci anni è
stato come un indumento: non uscivo di casa senza averla
addosso. Qualcosa di simile alle scarpe. La portavo con
me a scuola, in pizza, al cinema, al mare, in chiesa…”.
Che
cosa inseguiva?
“Tutto. Le facce della
gente, i luoghi. L’anima delle cose. E in Siberia mi
sono trovato con la stessa emozione di quando ero
ragazzo, con la mia vecchia Rolleicord”.
Il ragazzo ha
compiuto cinquant’anni da poche settimane. Nel
frattempo, ha vinto un Oscar. Ha disegnato, con una
cinepresa che era una carezza, le passeggiate di una
Monica Bellucci sensuale e altera in “Malèna”, ha
filmato le mani del pianista sull’oceano che scorrono su
tasti bianchi e neri come su un quaderno di parole
scritte direttamente da Dio. E molte altre cose. Ha
messo un paio di occhiali da presbite a Mastroianni e lo
ha portato in giro per l’Italia. Ha raccontato, meglio
di tutti, che cosa significa un cinema, anche in un
paesino dove Cristo non si è mai fermato, ma Kirk
Douglas e Amedeo Nazzari sì. Perché un cinematografo è
stato, per molti, la chiesa dove si impara il senso
della vita, e il mistero divino della bellezza. E
insomma, Giuseppe Tornatore era l’altro ieri a Cortona.
Il paese di Jovanotti – e di Franco Migliacci – ospitava
una mostra di fotografie che Tornatore ha scattato in
Siberia, in un paesino dal nome impronunciabile. Novij
Urengoj, se volete saperlo.
Da lì, da quel
paesino, viene quasi tutto il gas delle nostre cucine,
dei nostri scaldabagni. Una molecola di quel gas ci
mette sette giorni per arrivare al nostro fornello. E
certo, a nessuno viene in mente di andare fino all’altro
estremo di quel viaggio. Tornatore l’ha fatto. I segni
del suo sguardo sono nelle foto di una mostra ospitata
dal Tuscan Sun Festival, manifestazione di musica e arti
visive tenutasi in questi giorni a Cortona. La mostra –
ingresso gratuito – è allestita a Palazzo Casali, ed è
aperta fino a domani, 23 agosto. Il festival si è invece
concluso domenica con un concerto del maestro Antonio
Pappano, che ha diretto l’orchestra da camera della
Royal Opera House. C’era anche Tornatore, tra gli
spettatori.
L’avevamo
incontrato, Tornatore, la prima volta un giorno
d’inverno di ventun anni fa, alla proiezione in una
saletta del suo primo film. No, non “Nuovo cinema
Paradiso”. “Il camorrista”. Era un ragazzo con i capelli
lunghi, gli occhiali, un impermeabile da serial killer.
Tutto in lui raccontava di un amore pazzesco per il
cinema. Dopo una decina di incontri, con un Oscar di
mezzo, è sempre lo stesso ragazzo quello con cui
parliamo.
Tornatore, che cosa la
affascinava in un paese della Siberia che vent’anni fa
nemmeno esisteva?
“L’idea di toccare quel
mistero, la Siberia, di entrarci in contatto. Di tornare
il ragazzo che ero, di tornare a quella stagione della
mia vita spesa ad andare in giro a rubare immagini con
la mia macchina fotografica. Più che una fuga verso un
mondo che non conoscevo, è stato tornare a un paese
perduto. Novij Urengoj come Bagheria. Ma circondata dal
grande Nulla della tundra”.
Lei
è sempre attirato dal mistero. Anche in questo film, “La
sconosciuta”, con il quale ritorna al cinema dopo sei
anni da “Malèna”.
“Sì, il mistero è quello
che avvolge la protagonista. Ma in qualche modo è anche
quello che vorrei che avvolgesse lo spettatore fino al
momento di entrare nel cinema”.
D’accordo. Ma qualche cosa
vorremmo sapere…
“E’ da quasi vent’anni che
questa storia mi passa di tanto in tanto per la mente.
Uno di quei film ‘chiusi nel cassetto’, un soggetto a
cui ogni tanto tornavo. E mentre non mi era possibile
realizzare il film ‘L’assedio di Leningrado’, questo
film è venuto fuori in maniera quasi naturale, semplice.
Sarà un giallo, ma senza investigatore. Un film con una
donna protagonista. Un film girato a Trieste, città di
cui mi sono innamorato”.
Dove la donna va a
lavorare…
“Sì: dopo molti anni
passati nel meridione d’Italia, si fa assumere al nord.
Portandosi dietro un mistero, in questa città che non è
del tutto Italia, e non è del tutto ‘non-Italia’, con
una luce straordinaria”.
Una curiosità. E’ quasi
leggendaria la storia dei suoi bigliettini. Lei, da
ragazzo, si riempiva le tasche di appunti per scene di
film, scritte su pezzetti di carta. Lo fa ancora?
“Sì,
lo faccio ancora, di riempirmi le tasche di idee per
film. Solo che poi vanno subito sul computer,
disciplinati per idea, o per progetto. Ma ventiquattro
ore su ventiquattro sono affamato di idee. Tutto quello
che ti accade intorno può essere un segno opportuno, da
cogliere”.