VENEZIA – "Quella scena
in cui piango, lì sulla chiatta,
è per me la scena chiave del
film. Perché lì il mio
personaggio si scioglie,
finalmente. Perde quella
rigidità, diventa uomo". Sergio
Castellitto, protagonista del
film di Gianni Amelio in
concorso a Venezia, "La stella
che non c'è", Odissea nella Cina
contemporanea fatta di
grattacieli, condomini immensi,
miseria e tecnologia, deserti,
bambini abbandonati a giocare da
soli tra gli altiforni,
desolazioni infinite, statue di
eroi comunisti abbandonate nel
nulla, racconta così il suo
personaggio.
Vincenzo
Buonavolontà è uno che se ne va
in Cina solo per portare il
pezzo di ricambio di un
macchinario, quello che potrebbe
salvare delle vite. Ma perché lo
fa? E quanto è diversa la Cina
che trova da quella che aveva in
mente?
"Diversissima. La Cina mitica,
quella che ha alimentato la sua
ideologia, non esiste più. Al
suo posto, vede un capitalismo
forsennato e insieme
autoritario, una specie di
totalitarismo capitalista. Ma a
lui, in realtà, della Cina
comunista non importa niente.
Gli importa dell'interiorità: la
sua, e quella della persona che
incontra".
La centralina che
deve salvare l'altoforno cinese
in realtà è un pretesto…

"Sì: in
realtà la vera valvoletta che
salva l'impianto è un'altra. E'
il giocattolo che Vincenzo tiene
tra le mani. Il giocattolo che
ha dato al ragazzino cinese, e
che gli fa riscoprire, in
qualche modo, la sua voglia di
paternità".
Quando Vincenzo
piange, che cosa succede?
"Che
finalmente si ferma. Smette di
cercare di attraversare deserti,
di trasvolare l'immenso, con
tutta la sua buona fede, la sua
voglia di cambiare il mondo. E
si dedica a salvare una cosa
sola: la sua vita, la vita di
una persona vicino a sé".
L'inizio è molto
cupo…
"E' tutto
ruggine. E' come se l'altiforno
nel quale ci infiliamo
all'inizio fosse un cimitero, e
Vincenzo un becchino. Poi, piano
piano, Vincenzo torna umano".
Il viaggio in
Cina cambia Vincenzo. Quale è
stato il suo personale viaggio
in Cina, quello che la ha
cambiata?
"Il mio
mestiere. Ho imparato a guardare
il mondo, attraverso questo
mestiere. A rimanere un po'
studente della vita".
Lei è anche un
regista di grande esperienza.
Discutevate con Amelio su quale
taglio dare a certe scene?
"No. Io sul
set, se sono attore, sono un
soldatino. Capisco che l'ultima
parola la deve avere qualcuno:
il regista. Magari posso
proporre qualcosa, ma non mi
sogno mai di spingere, di
suggerire".
Tai Ling. La
protagonista femminile. Una
sorpresa per tutti.
"Anche per
me, naturalmente. Un fuscello
rigido e sensuale insieme.
Quante volte a Vincenzo è venuta
voglia di baciarla, e non l'ha
fatto? Tutti e due chiusi nella
loro rigidità. Ma sapranno
sciogliere questa durezza".
La Cina se la
aspettava così?
"La Cina è
veramente il futuro. Ma non del
secolo, del millennio. Ho la
sensazione che l'Europa sia un
cinema d'essai, e la Cina una
multisala. Vincono loro".
Che cosa non si
aspettava di incontrare?
"E' tutto
così pazzescamente diverso.
Pensi alla campagna, e ti
immagini il Chianti: invece lì
sono distese di favelas. Pensi 'città',
e trovi la fantascienza. Le
segretarie con la minigonna, gli
hotel dal lusso pazzesco".
Giravate con
qualche spazio alla
improvvisazione?
"Le scene del
giorno dopo, Amelio me le dava
la sera prima. Poi la mattina
stessa, perché le scriveva la
notte. Qualche volta non me le
dava proprio. Come quando
pensava di fare una inquadratura
totale sul fiume, e poi invece
mi ha detto: no, stamattina ti
faccio un primo piano, te solo
sulla chiatta. E voglio che tu
provi a piangere".