Il "Mondonuovo" di Emanuele Crialese

 

VENEZIA – Si chiama "Mondonuovo", il film di Emanuele Crialese in concorso a Venezia, presentato oggi e accolto da applausi convinti. Immaginatevi "Lamerica" di Gianni Amelio, quel viaggio della speranza degli albanesi verso l'Italia, ma fatto cent'anni prima, e al contrario: dalla Sicilia all'America. Da paesi fatti di sassi, sassi e niente, asini e niente, vestiti neri e sguardi silenziosi, quasi animali, fino a un porto, un caos, e poi un bastimento carico di speranze, di sacchi di stracci, di italiani silenziosi, pronti alla sofferenza di settimane, chiusi nella stiva, chiusi nei pensieri, nei sogni. Separati dalle loro donne, a dormire come nel lager di Benigni e "La vita è bella". Anche qui, in fondo, come nel film di Benigni, bisogna trovare un modo per sfuggire al dolore. E il protagonista, chiuso sottocoperta, comincia a sognare. I soldi che crescono sugli alberi, cipolle grandi come mongolfiere, carote enormi, fiumi di latte.

 

            E' un film a suo modo felliniano, quello di Crialese. Che già in "Respiro" andava incontro al surreale, all'immaginazione, al delirio liquido che gli faceva costruire scene di sogno con Valeria Golino. Qui Crialese si scatena: mari di latte, monete sugli alberi, spesso nel suo film le scene hanno i toni della apparizione, più che del racconto. Se l'inizio ricorda un film di Grimaldi, "La discesa di Aclà a Floristella" (non l'ha visto nessuno? Vabbè, non avevo altri modelli: immaginate Sicilia, sassi, un mondo primordiale e sensuale insieme), la seconda parte, quella del viaggio verso l'America (o sarebbe più giusto dire "Lamerica"?), ricorda davvero Fellini. E' una storia vera ripetuta milioni di volte, quella che Crialese racconta. Una storia che sta tutta dentro le fotografie, i documenti, le spiegazioni ai muri del museo di Ellis Island, nato sul posto dove, un tempo, arrivavano tutti, ma proprio tutti quelli che volevano raggiungere il nuovo mondo. Se vai a Ellis Island, lo vedi già il film di Crialese: vedi forse anche di più, tutte le storie di disperazione, quelli che venivano mandati indietro, perché non erano sani, perché erano donne sole, senza nessuno che le accogliesse: e non era permesso, ad una donna sola, sbarcare in America. Così come non era permesso sporcare la terra americana se si era malati, o scemi, o deformi.

 

            Tutto questo nel film di Crialese c'è: ma senza rabbia, senza dramma, senza tragedia. In un film, il segreto è far capitare un sacco di disavventure al protagonista, finché non puoi far altro che parteggiare per lui. Qui, la base per fare soffrire il protagonista c'è, in questo Titanic sgangherato dove si respira poco e si muore pure. O in quest'America dove ci si sposa per forza, per poter uscire dal porto ed entrare finalmente nel Nuovo mondo. La base c'è: ma nel film si soffre assai poco, e tutto è risolto in immagini di una misteriosa poesia, nell'enigma del volto di Charlotte Gainsbourg, nobildonna inglese o forse prostituta, o chissà, che viaggia da sola e che ha bisogno di essere sposata con qualcuno per poter sbarcare, altrimenti dovrà tornare indietro. Ma Charlotte si aggira nel film fantasmatica, chic, senza urgenza né disperazione, come una dea, non come una che potrebbe tornare indietro. Insomma, è come se in tutto il film ci fosse qualcosa di troppo pulito: troppo puliti i piedi dei contadini siciliani che marciano per chilometri tra le pietre per chiedere consigli alla Madonna, troppo pulite le loro bocche, dove tenevano un sasso da dare alla Vergine Maria. Quelle bocche, dopo ore e ore di marcia con un sasso da masticare, dovevano essere riarse, spaccate, piene di polvere, magari persino con un dente rotto. Troppo puliti i vestiti dopo una traversata da sangue, vomito, sudore e pidocchi, troppo ordinate le file – "State dietro la riga!" – quando tutti questi contadini analfabeti si presentano all'Immigrazione. Ma certo Crialese non voleva fare del realismo, ma un cinema di poesia, alla Angelopulos. Però, come spettatori abbiamo bisogno di crederci, alle cose, non dobbiamo pensare che i vestiti degli emigranti siano appena stati presi dalla sartoria teatrale.

 

            Bellissime alcune sequenze. Quando, vista dall'alto, la nave piena di gente si stacca dalla terraferma, anch'essa piena di gente, è come se la terra stessa prendesse il largo, come se l'umanità subisse una frattura, per sempre. Crialese è un pittore, con la cinepresa, e forse non un narratore.

 

9 Settembre 2006

 

 

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