VENEZIA
– La vedi sullo schermo, in "Dalia
nera". Ed è pazzesca, come sempre. Ti
incanti a guardarla, a guardare la
perfezione levigata del suo viso, la
luce azzurra degli occhi. Il disegno
perfetto che traccia dentro lo schermo.
E non riesci a guardare i sottotitoli.
Quando è inquadrata lei, i discorsi te
li perdi. E "Dalia nera", che già è
complicato di suo, diventa un enigma.
Finisce il film, il primo in
concorso a Venezia, in questa Mostra
2006 già martoriata dalle polemiche,
infiammata dalla rivalità con Roma. Un
filmone, con un sacco di star, già nel
nome di chi ha scritto il libro da cui è
tratto il film. Perché l'autore è James
Ellroy, divo della letteratura noir
americana. E il regista è Brian De
Palma, l'erede di Hitchcock, l'autore di
"Obsession", "Gli intoccabili", "Carlito's
Way", "Mission impossibile". La terza
star è lei, Scarlett. Attrice fin da
ragazzina, nell' "Uomo che sussurrava ai
cavalli" di Robert Redford, poi ne
"L'uomo che non c'era". E alla fine
esplosa, proprio a Venezia, a neanche
vent'anni, con "Lost in Translation" di
Sofia Coppola, film di solitudini e
inquietudini. Dopo quel film, Scarlett
diventa l'attrice del futuro, il volto
dei vent'anni in tutto il mondo. La
fragilità, l'adolescenza che diventa
adulta, il bisogno di dolcezza e amore.
E la bellezza, ovviamente.
Un'ora dopo la fine del
film, sei in una sala dell'hotel
Excelsior, incroci una ragazzina con le
scarpe basse, ti chiedi che cosa ci
faccia, lì, una studentessa delle scuole
superiori. E poi ti accorgi di avere
incrociato Scarlett Johansson. Tra
cinque minuti hai l'incontro con lei, ma
adesso lei è lì, in un angolo della
sala. Senza l'attenzione di tutti
puntata addosso, per un attimo.

Scarlett, ma come ci si
sente a 21 anni, con una vita di cinema
alle spalle, con tutti i giorni passati
tra set e festival?
"Non posso
lamentarmi, sarei un'ingrata. Essere
sempre visibile, sempre fotografata,
riconosciuta per la strada, è un prezzo
piccolo da pagare per tutto quello che
ricevi. La possibilità di fare quello
che ti piace, il lavoro che ami. Se c'è
un guaio in tutto questo, è che la gente
pensa di conoscerti dopo averti vista in
un film, mentre non è vero affatto".
Perché hai scelto "Black
Dalia" tra tutte le proposte che ti sono
arrivate?
"Mi piaceva cambiare.
Se c'è un terrore che ho, è quello di
essere 'typecasted', riconosciuta per un
tipo di personaggio, e costretta sempre
in quel ruolo. Dopo 'Lost in
Translation' ho cercato di fare tipi di
film diversi. Mi piaceva anche l'idea di
un film ambientato nel 1947. Quel mondo
è 'il' cinema".
Ci sono molte scene sexy.
Tu sei sexy, in questo film come in
altri. Ti lusinga o pensi che distolga
l'attenzione dal resto, per esempio
dalla tua recitazione?
"E' bello essere
considerata sexy, ma non è una cosa a
cui penso, mentre recito. Certo, credo
che il livello di intensità di certe
scene sia quello giusto. Ma si tratta di
qualcosa che riguarda la recitazione,
non la seduzione". Anche se il gossip
dice che lei e Josh Hartnett si siano
conosciuti sul set di "Dalia nera" e
adesso formino una coppia anche nella
vita.
Chi è Kate, il tuo
personaggio?
"E' una ragazza che
vuole dimenticare il suo passato. E che
per questo si costruisce una vita felice
tutta di facciata: con un uomo, una
casa, vestiti glamour… Ma è tutto
costruito sulla sabbia, è tutto fragile.
E' il desiderio, il sogno di una vita
felice, non la sostanza di essa".
Che cosa fai, quando non
giri film? Hai tempo per un'altra
attività?
"Ho appena finito di
disegnare una collezione di vestiti. La
lanceremo presto".
Il prossimo film?
"Inizio a girare tra
due settimane: 'The Other Boleyn Girl',
su Anna Bolena e Maria Bolena. Con
Natalie Portman e Eric Bana". E se poi
vai a guardare sul sito di cinema più
aggiornato, l'Imdb, scopri che ha
impegni programmati fino al 2008. Siamo
stati fortunati a incontrarla, per
cinque minuti, fuori da tutto, per un
attimo ridiventata una ragazza
qualunque, in un corridoio di un grande
albergo. Per un attimo, ancora, lost in
translation.