VENEZIA
- Il cinema fa anche dei piccoli
miracoli. Perché come lo chiami questo?
Un regista che l'ultima volta è venuto
con un film in concorso, a Venezia, nel
1961, 45 anni fa. C'era Pier Paolo
Pasolini che era ancora un ragazzo,
c'era Ermanno Olmi che esordiva anche
lui. E questo regista, l'ultimo film
l'aveva fatto nel 1972. Bene, questo
regista – un nome mitico, per chi ama il
cinema della realtà, quello che una
volta si chiamava "documentario" – torna
a prendere in mano una cinepresa, torna
a fare un film. E torna a Venezia, dopo
un silenzio di 34 anni.
Si chiama Vittorio De Seta,
e il film con il quale torna, fuori
concorso, si chiama "Lettere dal
Sahara". Esce oggi anche nelle
principali città d'Italia. "Ma di questo
non sono contento, la gente è ancora in
vacanza, o con la testa alle vacanze,
non ha certo voglia di andare al
cinema", dice De Seta. "Però va bene
così". De Seta è un signore di
ottantadue anni. Ha occhiali spessi da
presbite, una giacca piena di dignità,
blu. La cravatta, anche se al Lido oggi
fa caldo. Una camicia azzurro chiaro, un
orologio Tissot, di quelli che si
comprano una volta sola e ti durano
tutta la vita. Anche nel suo vestire c'è
il segno dell'avere rispetto per gli
altri, e per se stesso.
"Lettere dal Sahara" è la
storia di un viaggio. Un viaggio
replicato milioni di volte. Quello di un
giovane senegalese che dopo la morte del
padre interrompe gli studi per emigrare
in Italia. Naufraga a Lampedusa, viene
tradotto in Sicilia, raggiunge Napoli,
trova un impiego precario, cerca invano
di mettersi in regola con i documenti,
raggiunge una cugina a Firenze, si
scandalizza perché convive con un
italiano, finisce clandestino a Torino,
diventa badante di un ragazzo disabile,
viene pestato da una banda di teppisti.
E alla fine, dopo un viaggio sfinente,
frustante, decide di tornare a casa. Un
cammino della speranza, un viaggio in
Italia da sud a nord, braccato dalla
fatica di vivere, dalla difficoltà di
integrarsi.

"Non facevo cinema da trent'anni",
dice De Seta. "Mi è tornata voglia e ho
pensato agli immigrati. Gli emarginati,
i dimenticati, gli esclusi. Sono sempre
stati il mio tema, in tutti i miei
film".
Ma che cosa significa,
per lei, vivere la condizione di
immigrato?
"Mi ha sempre
colpito, nelle strade, nei mercatini,
quella presenza silenziosa, dissimulata.
Gli africani sembrano ombre. Da vecchio
prigioniero di guerra, so che cos'è la
non-presenza. Questo mi ha affascinato:
restituire dignità a chi non ce l'ha.
Ridimensionare la nostra presunzione
occidentale, che ci fa sentire il centro
del mondo".
Qual è l'atteggiamento
giusto verso chi, diciamo così, viene da
lontano?
"O li ignoriamo, o li
avversiamo, o li riconosciamo. Secondo
me rafforziamo la nostra identità se
riconosciamo la loro".
C'è chi pensa che vada
difeso il nostro territorio. Che ne
pensa?
"E' un istinto
animale: anche le bestie difendono il
loro territorio. Ma non è detto che sia
l'atteggiamento giusto per una civiltà
umana. Sono forse primordiali che
entrano in gioco. Come quando, allo
stadio, fischiano i calciatori di
colore. Se solo una volta senti parlare
Thuram, capisci quanta dignità c'è in
ognuno di loro".
Senta, ma com'è che è
stato trent'anni senza fare un film?
"Ho vissuto la crisi
del cinema della realtà. I film che
hanno a che vedere con la realtà hanno
sempre fatto fatica a trovare
finanziamenti. Per le 'dottoresse del
distretto militare' e film simili i
soldi, invece, c'erano sempre".
Il prossimo film? Non tra
trent'anni, speriamo….
"Spero anche io.
Vorrei fare un film sulle mine antiuomo.
Quelle che costano tre dollari a
comprarle, e 300 per toglierle. E che
portano via gambe e vite, soprattutto di
bambini".