VENEZIA – Charlotte
Gainsbourg è sottile, ha la bocca sospesa tra perplessità e malinconia, lo
sguardo che sembra cercare un punto lontano. Proprio come nel film di Emanuele
Crialese, "Nuovomondo".Nel quale lei è una passeggera misteriosa, una donna "di
prima classe", inglese e elegante, nel mondo della terza classe, di italiani con
i baffi, i capelli neri, che non sanno l'inglese e neanche l'italiano. Ma lei è
anche sola, persa in una sua irrimediabile distanza da tutto. La incontriamo, in
una saletta dell'hotel Excelsior del Lido di Venezia. La prima volta, la
incontrammo nel 1988, per il film "La petite voleuse". Lei aveva 17 anni. Ed
era, soprattutto, la figlia di Jane Birkin e di Serge Gainsbourg, il cantautore
maledetto, mille sigarette e "Je t'aime, moi non plus", quella canzone tutta
sospiri che mimava un rapporto d'amore. Ne aveva fatta anche lei una, di
canzoni, con suo padre: parlava di incesto, lei aveva 13 anni, sollevò una
montagna di polemiche. Adesso Charlotte di anni ne ha 35, ed è a sua volta
compagna – dell'attore Yvan Attal, quello di "Munich" di Spielberg – e madre di
due figli. Molti registi si sono innamorati di lei, del suo talento tagliente. E
molti spettatori, anche. A noi, Charlotte racconta una lavorazione che per lei
non deve essere stata facile.
Come è stata
coinvolta nel progetto di "Mondonuovo"?
"Io 'Respiro' non
l'avevo visto. Mi ha chiamato questo regista, ci siamo dati appuntamento a
Parigi. Ho visto il film due ore prima di incontrarlo, e l'ho adorato. Ero
ancora sotto l'influsso di 'Respiro' quando mi ha parlato del suo progetto. E me
ne ha parlato con una passione tale da farmene innamorare. Però avevo molte
perplessità, molte paure. Era un personaggio diverso da ogni cosa che avevo
fatto. Io quella pagina di storia dell'America, gli emigranti, Ellis Island, non
la conoscevo. Ma nella sceneggiatura c'erano anche delle foto. Ho cominciato a
sognare su quelle foto. Poi è nato il resto".
Il suo personaggio è
misterioso, per lo spettatore. E per lei?

"Anche! Emanuele
aveva inventato un passato al mio personaggio: prima aveva pensato che fosse una
prostituta, poi che fuggisse da un omicidio. Poi mi ha detto: lasceremo il
mistero, non voglio che si sappia il suo passato. E questo mi ha aiutato a
rendere la sua incertezza, la sua fragilità. Lucy, o meglio Luce, come la
chiamano gli italiani, è isolata, straniera a tutto".
Aveva l'impressione
di essere dentro un film molto "scritto", dove ogni cosa andava al suo posto,
oppure al contrario di essere dentro un film "aperto", con spazio per la
costruzione, giorno per giorno, di cose nuove?
"Assolutamente,
dentro un film aperto. Emanuele sapeva con certezza solo che ci sarebbero state
alcune scene: quella nella nebbia, o quella nel latte. Ma per il resto abbiamo
improvvisato molto. Mi sono sentita, come mai prima, totalmente al servizio del
regista. E questo era destabilizzante, ma anche entusiasmante. Avevo paura di
questo film così 'aperto', nel quale Emanuele riscriveva le scene man mano. Però
sentivo che stava accadendo qualche cosa sul set".
Come ha vissuto
l'esperienza di un set in Argentina, per quattro mesi?
"Con un po' di
panico. Personalmente, è stato doloroso passare tanto tempo a Buenos Aires,
lontano dalla mia famiglia. Io non parlo lo spagnolo, e poco l'italiano. Così,
mi sono trovata completamente isolata, come il personaggio del mio film. In più,
mi trattavano come una principessa: appena finito di girare, avevo un'auto che
mi portava via dal set. Ma questo privilegio mi teneva anche lontano da tutti
gli altri, in qualche modo mi condizionava. Sono stata trattata da principessa,
e questo era anche una condanna. Non credo lo abbiano fatto volutamente: ma
certo, questo mi ha aiutato a sentirmi proprio come la Lucy del film".