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Ne
commedia, ne tragedia:
"Non
prendete impegni per stasera"
VENEZIA
- "Non prendere impegni stasera":
titolo perfetto, per invogliare la gente
ad andare al cinema. E' il titolo che ha
scelto Gianluca Maria Lavarelli,
torinese, quarantaduenne, per il film
corale che ha diretto, e che è stato
presentato ieri a Venezia nella sezione
Orizzonti. Protagonisti, un gruppo di –
non magnifici – quarantenni. Quelli che
"sono troppo vecchi per il rock, ma
troppo giovani per morire". A
interpretarli, un gruppo di famiglia del
cinema italiano di oggi: Alessandro
Gassman, Luca Zaingaretti, Paola
Cortellesi, Giorgio Tirabassi, Rocco
Papaleo, Francesca Inaudi, Michela
Cescon, Donatella Finocchiaro, Michaela
Ramazzotti, Andrea Renzi, Giuseppe
Battiston. E speriamo di non aver
dimenticato nessuno. Il risultato? Un
film collettivo fatto di rapidi incroci
tra i personaggi, di piccoli e grandi
naufragi, di frammenti di discorsi
amorosi, di slittamenti progressivi
dell'amore.

Non è una commedia, non è
una tragedia. E' una specie di Polaroid
della vita, della vita di quelli che
sono a metà del guado, che sentono il
sibilo sottile della morte. Che
vorrebbero, dalla vita, qualcosa di più
e di meglio, ma non sanno come. Giorgio
Tirabassi – l'attore della fiction
"Borsellino", con una barba rossiccia
alla Nanni Moretti – scopre di avere un
tumore, Alessandro Gassman vive nel
ricordo della donna da cui è stato
lasciato, e odia quelli che, di là dal
muro della casa, fanno l'amore con ritmi
da Guinness dei primati, con cigolii del
letto più regolari di un metronomo.
Andrea Renzi ha crisi di panico per
qualsiasi cosa, e lo dice però con il
distacco di un medico. Zingaretti
tradisce la moglie con Micaela
Ramazzotti, badando bene a mostrare la
fede nelle inquadrature in cui sono a
letto. Lei fa la commessa in un negozio,
è un po' troppo coatta, e Zingaretti si
vergogna di mostrarla ai suoi amici.
Anche perché, ti chiedi, visto che è
sposato, perché dovrebbe presentarla
agli amici?
Antieroi, personaggi un po' vigliacchi,
un po' fragili, comunque infelici. Una
bella idea, un "America oggi" con Roma
al posto di Los Angeles, a cui non
corrisponde però una sceneggiatura
credibile, una finezza di dialoghi. Si
capisce che cosa Tavarelli voleva fare,
quale disagio voleva rappresentare. Ma i
personaggi hanno a disposizione dialoghi
al di sotto del minimo sindacale di
sottigliezza, di intelligenza, di humour
che ciascuno ha nella vita. Costretti a
dire frasi tagliate con l'accetta, da
serial televisivo, gli attori a volte
fanno miracoli; ma non tutti e non
sempre, chiusi nelle scansioni di ritmi
da telenovela. Primi piani sugli occhi,
sottolineature non sempre necessarie
degli stati d'animo, ammiccamenti sopra
il livello di guardia della credibilità.
Anche qui, come nessuna persona farebbe
davvero. Bella la fotografia di Roberto
Forza, che dà un senso molto intimo alle
sequenze. Bella la Roma crepuscolare,
periferica, che ne viene fuori. Però c'è
qualcosa – più di qualcosa – che non va
nell'insieme. Come se fosse una
telenovela malinconica, ambiziosa nelle
intenzioni ma appassita nei risultati.

Dei molti, bravi attori,
incontriamo Rocco Papaleo, bravissimo in
un ruolo di cameriere psicotico: "sei il
Nicholson italiano", gli diciamo. Lui
scherza: "Sì, anche a Nicholson dicono
spesso che è il Papaleo americano". E
accoglie tra le braccia il figlio, a cui
ha appena regalato un panama, un
cappello di paglia con tanto di fascia
scura. Il figlio ci si infila dentro
come in un tunnel ferroviario: l'ha
preso un po' grande, il cappello.
Alessandro Gassman dice del film: "E'
una commedia all'italiana, nella quale
il grottesco si mescola al tragico,
l'allegria alla disperazione. E' anche
un esperimento, l'abbiamo girato tutti
in pochi giorni, con grande entusiasmo.
L'abbandono crea avvilimento, e voglia
di rivalsa, odio verso tutto e tutti. E
allora mi sono immaginato quest'uomo che
se la prende con tutti, riuscendo sempre
però a fare la figura dell'idiota, senza
spaventare mai nessuno, senza prendersi
mai la sua rivincita. Mi faceva molta
tenerezza. Poi ci siamo inventati degli
intoppi nel suo modo di parlare, una
specie di impotenza verbale...". Bravi i
singoli, insomma. Ma nel mosaico di
storie, ognuno dovrebbe riconoscere la
sua. E questo, a nostro giudizio, non
accade.
5 Settembre 2006 |
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