VENEZIA
– Nel film più noir, la diva più bionda.
Nell'intrigo "hard boiled" tutto pugni,
pupe, bugie, doppie verità, corvi
hitchcockiani, delitti da fumetto, fili
d'acciaio sul collo, pioggia battente,
corpi tagliati in due, stupratori,
detective col cappello anche a letto,
riccioli laccati e pistole da borsetta,
in tutto questo la bellezza rarefatta,
luminosa di Scarlett Johansson. Il suo
viso, perfetto, come cristallo in mezzo
a un terremoto.
Ventun anni. Scarlett
Johansson ha insieme la semplicità di
chi vive in questo mondo e una
magnetica, misteriosa, luminosa forza. O
forse sarà la perfezione del suo volto.
Quando lei è sullo schermo, dà ad ogni
momento una sensazione di unicità, di
intensità, come se ogni momento, con lei
sullo schermo, diventasse più forte.
Sacro, diresti.
In "Lost in Translation"
raccontava la delicatezza, la fragilità,
la malinconia, la seduzione. Si aggirava
nei corridoi di un albergo, estraniata,
con un bisogno d'affetto che quasi lo
vedevi, passava al di là dello schermo.
Ed è nel corridoio di un albergo di
Venezia che la incontri, per caso, dieci
minuti prima dell'incontro stampa.
Shorts, un golfino a quadri, il viso con
un filo di abbronzatura. Pochissimo
trucco. Scarpe basse, scamosciate.
Magra, al limite della fragilità. E' una
ragazzina, di fronte a te. E una star.
Scarlett, che cosa la ha
spinta a fare questo film, un thriller
ambientato negli anni '40?
"La voglia di
cambiare tutto. Personaggio, epoca. Non
voglio sentirmi mai ingabbiata. Un film
noir negli anni '40? Perfetto. Se poi
l'autore del romanzo è Ellroy, e il
regista De Palma…".
Aveva in mente delle
attrici di quell'epoca, un passo, delle
movenze, un sorriso?
"Tutte e nessuna.
Shelley Winters,
Vivien Leigh, Bette Davis. Come
spettatrice le adoro tutte. Come
attrice, ho cercato di non pensarci".
Ci sono scene di grande
erotismo tra lei e Josh Hartnett. E'
lusingata dal fatto che il pubblico la
veda come un'attrice sexy, o pensa che
questo distolga l'attenzione dal resto,
dal personaggio?
"E' bello essere
considerata sexy. Ma non ci penso mentre
recito. Non penso: adesso sono sexy.
Però credo che il livello di intensità
emotiva di certe scene sia appropriato.
Ecco, è una questione di intensità".
Poi, il gossip registra che Josh,
incontrato sul set, adesso è suo partner
anche nella vita.
Chi è Kate, il suo
personaggio?
"Una ragazza che
vuole dimenticare il suo passato, le sue
ombre oscure. E che si inventa una vita
felice, tranquilla, si mette addosso
golfini color pastello e un uomo che la
ama. Ma è il simulacro di una
tranquillità. Il passato ritorna".
Il passato ritorna anche
nelle parole che James Ellroy scrive,
nei suoi romanzi. "Dalia nera" –
pubblicato in Italia da Mondadori -
racconta, sì, di una ragazza tagliata in
due, sfigurata, violentata. Ma in
filigrana c'è la sua ossessione
personale: quella di sua madre
strangolata, quando lui era ancora
piccolo. Un delitto del quale non si è
mai trovato il colpevole.
Quando lo incontri, Ellroy è
un signore gioviale con un golfino rosa.
Potrebbe essere un turista. Però, uno
strano lampo negli occhi ce l'ha.
Ellroy, come è nato
"Black Dahlia"?
"Nel '58
strangolarono mia madre. Pochi mesi
dopo, mio padre mi ha dato un libro:
casi di crimini irrisolti. Dieci pagine
erano su Black Dahlia, la chiamavano
così quell'attricetta uccisa, tagliata
in due. Da allora è stata la mia
ossessione. Doppia. Il parallelo tra lei
e mia madre. Ora non è che mi svegli
ogni mattina e pensi 'ah, mia madre è
stata strangolata': ho scritto quel
libro vent'anni fa!".
E adesso?
"Sto scrivendo il
seguito di 'Sei pezzi da mille', la
terza parte della trilogia iniziata con
'American Tabloid'. Tratterà
dell'America dal 1968 al 1972. Il
titolo? Non lo so".
La sua "Dalia nera", quella
del film, siede accanto a lui. E' Mia
Kirshner, che interpreta la starlette
sfruttata, disperata, pronta a darsi per
un provino. Mia Kirshner che dà vita,
nelle sequenze in bianco e nero, a una
performance strabiliante. Commovente,
lasciva, romantica e oscena.
Mia, non deve essere
stato facile interpretare la "Dalia
nera"…
"Ogni volta, sul set,
la tensione era tale che mi prendeva lo
stomaco, avevo bisogno di vomitare. Lei
è la sconfitta della storia, ma anche
l'unica pura".
Anche a lei nella vita,
nella carriera, è accaduto di pensare
che Hollywood sia un posto pericoloso?
"Sempre. Per questo
mi sono comprata una casa a Parigi.
Spero di dividere la mia vita tra gli
Stati Uniti e l'Europa. Vado per
salvarmi da Hollywood, dalle sue
ossessioni. Prima finirò di girare 'L
World', la serie televisiva. Poi mi
rifugerò nel mio appartamento a Parigi".