ROMA – E’
tutto pronto: il film più complesso, più
difficile per Carlo Verdone sta per
uscire. “Il mio miglior nemico” è il
titolo: due opposti che si scontrano,
l’amicizia e il contrasto, l’affetto e
la rivalità, che danno vita a una
commedia con retrogusto amaro. In scena,
lui, Carlo Verdone, e Silvio Muccino,
forse il talento emerso più
prepotentemente nel cinema italiano
degli ultimi anni. Insieme, avevano
recitato in “Manuale d’amore”. E aveva
portato fortuna a tutti e due. Un David
di Donatello per Carlo, l’entusiasmo
della critica, e incassi alle stelle.
L’uscita del film è fissata per il 10
marzo: e proprio ieri, è cominciato per
Verdone un tour nelle principali città
italiane, a presentare il film. Gente,
tantissima ad aspettarlo, a chiedere
autografi, a vedere prima degli altri il
nuovo film di uno che, da trent’anni, ha
accompagnato le nostre risate, il nostro
modo di guardarci allo specchio. Abbiamo
chiesto a Verdone di raccontarci, in
anteprima rispetto agli incontri stampa,
le sue sensazioni alla vigilia
dell’uscita, la storia di una
lavorazione difficile, il dietro le
quinte della nascita del film.
Intanto, però, un appuntamento per
tutti: giovedì prossimo, vedremo Carlo
Verdone in televisione. Al festival di
Sanremo.
Carlo, come è andata che hai accettato
l’invito di Panariello?
“Ci ho pensato un po’, poi ho accettato
perché Panariello è un grandissimo
professionista, una persona perbene, un
amico”.
Ma
che cosa farai sul palco?
“Di sicuro non canterò: né suonerò la
batteria, come ho fatto troppe altre
volte, con Lucio Dalla o con altri.
Diciamola tutta: un palco come quello di
Sanremo mi mette tensione, soggezione,
non so che cosa combinerò. E’ ancora
tutto da stabilire”.

Tu
sei un grandissimo appassionato di
musica, scopri sempre nuovi gruppi,
nuovi talenti. Chi ti piace dei cantanti
in gara?
“Non tutti li conosco: uno che apprezzo
moltissimo è Alex. Alex Britti. Un
chitarrista straordinario, un bluesman,
un virtuoso. E anche un bravo autore di
canzoni”.
Veniamo al film. “Il mio miglior nemico”
è stato un film difficile, complesso,
un’avventura realizzativa, dici. Perché?
“Perché abbiamo scritto sette stesure
diverse della sceneggiatura, perché la
situazione internazionale ci ha imposto
di cambiare certe location a cui avevamo
pensato, perché c’erano 133 scene da
girare, perché abbiamo girato tra notti
freddissime, neve, tempeste di vento e
di pioggia, perché abbiamo girato in
moltissimi luoghi diversi, tra cui
Istanbul, Ginevra, Sabaudia, il lago di
Como. In tutto, un anno e tre mesi sono
stato dietro a questo film”.
Che
cosa c’è stato di diverso, questa volta,
nel tuo personaggio, e nel modo di
girare?
“Mi sono buttato dentro la recitazione
con la naturalezza di un ragazzo, senza
costruzioni. Ho preso quasi sempre i
primi ciak che abbiamo fatto, quelli più
immediati, meno ‘studiati’. E penso che
questo si vedrà, nella naturalezza di
certe scene. Abbiamo anche lasciato
spazio all’improvvisazione, cosa che non
avevo fatto spesso”.
Merito anche di Silvio Muccino?
“Certamente. Lui è un ragazzo di qualità
eccezionali. Certe scene le provava
trenta, quaranta volte prima di girare;
l’ho convinto a lasciarsi andare, a
buttarsi nel gioco. Alla fine mi ha
seguito, e l’ho trovato brillante e
intenso, drammatico e comico insieme”.
La
storia non è quella di un padre e di un
figlio. E’ la storia di una ostilità
iniziale che si trasforma nel film?
“Esattamente. Senza rivelare niente, ti
dico che Silvio cerca di rovinarmi la
vita in tutti i modi possibili, e ci
riesce. Poi ci ritroviamo
all’inseguimento di mia figlia, che è
scappata non si sa dove. Per questo il
film si sposterà dall’Italia. Tra i
colori, la confusione, la vitalità di
Istanbul e nella disciplina di Ginevra,
città dell’ordine”.

Perché Istanbul?
“Perché è la città del futuro, 14
milioni di abitanti, è la nuova New
York. Una immensa Napoli piena di
vitalità. Per noi, è stata anche la
sfida più difficile: giravamo sul ponte
Ataturk in giacca e maglietta quando
abbiamo visto avanzare una tempesta
nera, gelida, freddissima. L’operatore
mi ha detto: ‘Carlo, abbiamo dieci
minuti per girare questa scena. Ce la
fai?’. Abbiamo finito trenta secondi
prima dell’Apocalisse”.
Quali
sono le tinte emotive del film?
“Era quello il problema: trovare il tono
giusto. Scivoliamo dalla malinconia al
dramma, per poi tornare alla comicità.
Penso che il pubblico si troverà sempre
sorpreso, perché è una commedia piena di
tutto. E’ uno scontro generazionale,
dove un ragazzo proletario distrugge la
vita a un borghese: poi tutti e due
perdono tutto, e si trovano a dover
ricominciare”.
I
tuoi figli hanno diciotto e vent’anni.
Tu hai avuto problemi di comunicazione
con loro, di ostilità, di rivalità?
“Per fortuna, no. Perché non sono mai
stato un padre che si vuole imporre:
quando non lo fanno loro, il primo passo
lo faccio io. L’altro giorno ho detto a
mia figlia: Giulia, lo vieni a vedere il
film di papà? Era la prima proiezione
assoluta, per pochissime persone. ‘Papà,
fammi fare l’esame domani, il film lo
vedo con la gente’, mi ha risposto. E a
mio figlio: Paolo, tu vieni? ‘Papà, devo
finire teologia… In realtà mi hanno
fatto un grande regalo: mi hanno fatto
stare sempre con i piedi per terra. Mi
hanno fatto capire che esiste la
loro
vita, che sta andando avanti,
e che non è la mia”.
In
questo mese di marzo usciranno tanti
film. Sarà una battaglia…
“Mi auguro che vadano tutti bene. Ci
saranno Moretti, Bellocchio e il
sottoscritto. Spero che il cinema
italiano possa riprendersi, finalmente”.
Ci
sono state delle polemiche sul tuo film.
Alcuni esercenti protestano contro la
decisione di De Laurentiis di fare
uscire troppo presto il dvd, a poche
settimane dalla uscita in sala…
“Non è una decisione presa, è una
possibilità. Ma io devo dire una cosa:
sono gli esercenti che spesso impongono
delle condizioni di sfavore ai film
italiani nelle sale, in confronto a
certi film americani. E un produttore
come Aurelio, che cura tantissimo i suoi
film, le sue uscite, si trova stretto in
una morsa. Per questo minaccia l’uscita
anticipata del dvd. Ma penso, spero, che
sia una polemica che si spegne subito”.
Ultimissima. Totti. Basta la parola…
“Io me lo sentivo. Tutti ce lo
sentivamo. Sapevamo da tempo che aveva
le caviglie inguardabili, da tanti falli
ha subito. C’è stata disattenzione da
parte degli arbitri. Dovevano far capire
che se uno è bravo non è obbligatorio
legnarlo dall’inizio alla fine delle
partite. E’ successo l’inevitabile. Ma
al Mondiale ci sarà. Io ho avuto lo
stesso incidente. In moto. Ci ho messo
tanto a riprendermi, ma erano altri
tempi. Adesso, con le cure e i medici
che ha lui, sarà pronto per fare un
Mondiale da par suo”.