Uno scout di nome Carlo Verdone

ROMA - Da quel giorno del 1907, quando nacquero, grazie all’intuizione del loro fondatore sir Robert Baden-Powell, ce ne sono stati di scout nel mondo. Milioni e milioni di giovani esploratori, ed esploratrici. E alcuni di loro, destinati a diventare famosi.

            E’ lunga, e insospettabile, e piena di volti noti, di personalità amate, la lista dei personaggi famosi che sono stati boy scout. Ne volete uno? John Fitzgerald Kennedy, futuro presidente degli Stati Uniti. E altri due presidenti Usa, altrettanto celebri: Gerald Ford e Billy Clinton. E anche sua moglie, Hillary Clinton, è stata scout. Hanno portato gli scarponi, le calze di lana grossa e il fazzoletto anche attori come Harrison Ford, futuro Indiana Jones – ce lo vedete, vero? – e il futuro tombeur de femmes Richard Gere; una leggenda del rock come Jim Morrison e una del pop come Paul McCartney, il più romantico dei Beatles. E poi, il regista forse più famoso al mondo, Steven Spielberg; e il primo uomo a mettere piede sulla Luna, l’astronauta Neil Armstrong. Serve, essere stati giovani esploratori, per esplorare i confini del possibile. Nell’arte, nella scienza, nello sport. Magari, tutti loro hanno imparato, fin da ragazzini, la difficile arte della responsabilità. Del farcela da soli. Del rispettare gli altri, e portare fino in fondo i compiti. Non è un caso, allora, che sia stato scout anche uno dei più grandi nuotatori di tutti i tempi, Mark Spitz, sette medaglie d’oro a Monaco 1972.

            E in Italia? Chissà come erano le loro foto di gruppo. Di alcuni insospettabili scout. Due cantanti, come Jovanotti ed Elio di Elio & le Storie tese. E un regista, attore, sceneggiatore, tra i più popolari ed amati dal pubblico. Carlo Verdone. Proviamo a chiederglielo. Com’era, quel mondo. Come si stava, con i calzettoni spessi e le scarpe da montagna. A conquistare un bosco, a montare una tenda.

            Verdone, quando è stato scout? E per quanto tempo?

            “Per diversi anni. Sarà stato il 1961, 1962, 1963”.

            Con quali occhi ricorda, adesso, quei giorni?

            “Io del mio periodo scout ho solo ricordi belli. Si cominciava a uscire senza parenti: si respirava un’aria di libertà, di indipendenza che era tutta nuova. E poi ricordo i fuochi, le tende. E come ci insegnavano a rispettare la natura, l’ambiente”.

            Ricorda anche i luoghi dei vostri campi?

            “Come no. Le rovine di Veio, l’abbazia di Casa Mari, il monte Pizzuto, in provincia di Rieti. Erano mondi sconosciuti, un ignoto appena fuori Roma. Ma sembrava l’infinito, sembrava di scoprire altri continenti. Andavamo con i pullman, con i treni a binario unico. Era un’avventura salgariana, a due passi da Roma”.

            Ma come era Verdone scout?

            “Beh, sapevo montare la tenda, dormivo nel sacco a pelo, mi piaceva usare la bussola. Era bello essere in un bosco e sapersi orientare. Un po’ mi è rimasta, la passione per l’ambiente: per esempio sono un appassionato di meteorologia, i siti web su alisei, perturbazioni e correnti sono tra i miei preferiti”.

            Nasceva anche qualche amore, tra lupetti e coccinelle?

            “Macché. Nemmeno un bacio piccolo piccolo. I maschi stavano da una parte, le donne dall’altra. Almeno ai tempi miei”.

            Poi, dopo un paio di giorni, tutti a casa.

            “E come no: tornavo pieno di graffi, coi segni delle ortiche, dei fili spinati. Ma era bello così. E poi nello zaino avevo un sacco di cerotti. C’entrava di tutto, in quegli zaini…”.

            Chi ricorda, dei compagni di quelle avventure?

            “Ho conservato alcuni amici, molto più dei compagni di scuola. Si vede che quel momento lì, l’avventura del fine settimana, ci rendeva più vicini, senza le invidie, le piccole ostilità della scuola. E ricordo il nostro accompagnatore, don Sandro, soprannominato don Goghi. Una persona bravissima, che ci ha insegnato il rispetto di ciò che è intorno a noi, e delle persone che ci sono vicino”.

            In questo senso, scoutismo significava anche volontariato.

            “Come no. Ci mandavano anche ad assistere gli anziani, o nelle periferie degradate di Roma, a portare a passeggio persone abbandonate dai figli. E’ stato lì che ho cominciato a capire tante cose che poi mi sono rimaste dentro. Belli i bivacchi, le visite alle grotte, le escursioni in montagna. Ma forse è l’altro aspetto, quello che oggi si chiama volontariato, ad avermi colpito di più”.

            A volte poteva anche non essere ben visto…

            “A volte ci prendevano in giro per i calzoncini corti e il fazzoletto. Forse eravamo un po’ ridicoli. Ma a distanza di anni, continuo a pensare che fare parte di quella comunità sia stato, per me, molto importante. Fondamentale”.

13 Agosto 2006

 

 

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A Siena, il festival di cinema diretto da Carlo Verdone e organizzato da Giovanni Bogani