ROMA – Un Nastro d’Argento per Carlo
Verdone. E non è una cosa da poco: perché
per l’attore italiano di maggior successo,
protagonista di una delle carriere più
straordinarie degli ultimi 30 anni – lui e
Benigni, non ce ne sono altri – l’ultima
vittoria nel premio più antico e forse più
prestigioso del mondo del cinema italiano
risaliva a dodici anni fa. Per il miglior
soggetto, in “Al lupo al lupo!”. Poi era
venuto un Nastro speciale, diciamo così,
alla carriera. Ma questa è un’affermazione
tutta al presente: per la sua
interpretazione in “Manuale d’amore” di
Giovanni Veronesi. Ve lo ricordate? Era il
personaggio cardine dell’ultimo episodio,
dell’ultimo momento dell’amore: l’abbandono.
E il momento in cui si abbandonava, in mezzo
al mare, sfinito da un turbine di amori e
disamori, era perfetto. Un momento in cui
sembrava emergere, ancora più che l’attore,
l’uomo, con tutta la sua verità. Se ne sono
accorti in molti. E non è un caso che per
“Manuale d’amore”, Carlo Verdone abbia vinto
prima un David di Donatello e adesso – anzi,
stasera, all’Auditorium della conciliazione
– un Nastro d’argento.
Carlo,
intanto complimenti. Hanno ancora senso i
premi per te, che hai giocato e vinto tutte
le sfide, comprese quelle dei premi?
“Come no! Ma stiamo scherzando: il Nastro
d’Argento è il premio che mi ha tenuto a
battesimo, nel 1980. Avevo fatto ‘Un sacco
bello’, e mi hanno premiato come miglior
attore emergente. E’ cominciato tutto da lì:
e probabilmente anche quel premio ha
significato molto, per la mia crescita, per
fare in modo che qualcuno si accorgesse di
me. E adesso, questo Nastro ha un senso
speciale, perché premia una sfida
diversa….”.
Recitare in
un film non tuo.
“Sì: era tanto tempo che non mi arrischiavo
a lavorare con un altro regista, forse
perché non trovavo il personaggio giusto, o
perché ero troppo assorbito dalle storie
mie, non so. Ma con Giovanni Veronesi si era
creata un’atmosfera straordinaria, già dai
tempi in cui abbiamo lavorato insieme in
‘C’era un cinese in coma’, scrivendo la
sceneggiatura. Giovanni è un ragazzo molto
intelligente, capace di cogliere persino
quei registri, quei toni emotivi che tu da
attore vorresti toccare, ma che non sai
ancora di
possedere.
Credo che Giovanni, in certi momenti del suo
film, abbia fatto questo: ha scoperto in me,
e in altri attori, certe corde che magari
neanche sapevamo di avere”.
Tra poco
uscirà il tuo prossimo film da regista: “Il
mio miglior nemico”. Anche qui accetti di
dividere il cartellone, diciamo così, con un
altro attore: Silvio Muccino. Come è andata?
“E’ andata benissimo come rapporto umano:
Silvio è un ragazzo che ha l’entusiasmo dei
ventenni, ma che sembra conoscere tutto il
cinema italiano del dopoguerra, quello di
Scola, la commedia all’italiana… Il problema
è quando ti arriva in casa per scrivere il
film. Mangia di tutto, quando apre il
frigorifero non sai più che cosa ci resta
dentro. E mette i piedi sui divani, le mani
sui muri, arriva trafelato e gira per casa
con il casco del motorino ancora addosso…
Insomma, puoi immaginare l’effetto su uno
che ama l’ordine come me”.
Le riprese
come sono andate?
“Bene, tenendo anche presente che era un
film complicatissimo, con molte scene, molti
esterni, un viaggio all’estero, e una
sceneggiatura che è stata riscritta per
sette volte, per problemi non dipendenti da
noi. Alla fine, è venuto un film di cui sono
molto soddisfatto: era un po’ troppo lungo,
ho lavorato molto al montaggio, e adesso la
lunghezza è quella che voleva il produttore.
Che è un produttore ‘vero’. Aurelio è uno
che ci mette tutto, i soldi, l’anima, il
coraggio, nel fare un film. Non è uno che se
ne frega, è al contrario uno che esamina
anche le virgole. E per un regista, questo è
un punto a favore: è il tuo primo
spettatore, e il più attento”.
La storia,
in due righe, ce la puoi raccontare?
“E’ una storia di confronto/scontro
generazionale. Ognuno dei due personaggi, il
mio e quello di Silvio Muccino, si
scontreranno per le loro divergenze e si
misureranno con le loro somiglianze. Io sono
un uomo che vede crollare tutte le certezze
della sua vita nell’incontro con uno
sbandatello di vent’anni che si trascina in
un’esistenza fatta di lavoretti precari e
pomeriggi inconcludenti: uno cresciuto molto
in fretta, che passa frequentemente dalla
depressione all’euforia. Per un episodio che
non sto a raccontare, cercherà di rovinarmi
l’esistenza. Invece, dal nostro incontro
nascerà un rapporto conflittuale con molti
diversi colori emotivi”.
Pensi già a
un Nastro per questo prossimo?
“No: penso a un Nastro per Silvio. Muccino,
naturalmente, Muccino… Io ho già ricevuto
abbastanza: quando lo vedrai sullo schermo,
ti accorgerai che un premio se lo merita
tutto”. Il film “Il mio miglior nemico”
uscirà in marzo, tra concorrenti temibili –
anche solo nel cinema di casa – come “Il
caimano” di Nanni Moretti e “N.” di Paolo
Virzì.
La Roma ti
sta dando grandi soddisfazioni, minaccia di
raggiungere la Champions… Spalletti lo senti
mai?
“Gli mando degli sms dopo ogni partita, e
lui gentilissimo risponde. Io sono un
grandissimo fan di Spalletti: penso che ha
rimesso in piedi un ambiente avvelenato, ed
è riuscito nel miracolo di vedere dei
giocatori che escono insieme, vanno a cena
fuori. Con il rispetto del lavoro che ha
lui, ha smontato tutto quel castello di
nervosismi, di malevolenze, quel clima di
sospetto che si era creato. E poi ha fatto
davvero un miracolo: fa giocare una squadra
senza un attaccante di ruolo, e la fa
segnare. Con buona pace di chi dice che si
segna solo con due o tre punte… Vabbè, è un
discorso che ci porterebbe lontano… Diciamo
solo che mi sembra un sogno, questa Roma. E
forza Totti. Che è un bravo ragazzo, una
persona perbene, e un campione incredibile”.