CANNES – Quaranta persone hanno avuto trenta
minuti, per accorgersi della sconfitta della
nostra epoca. E per fronteggiare la loro stessa
morte. Questo, in sintesi, il nodo terribile di
"Volo 93". Il film sul quarto aereo dell'Undici
settembre. L'unico a non raggiungere il suo
obiettivo, la Casa Bianca, grazie all'eroismo
dei suoi passeggeri.
Il film è stato presentato a Cannes,
fuori concorso, dopo che negli Stati Uniti ha
commosso, ha entusiasmato i critici, è stato la
sorpresa dell'anno. Il regista Paul Greengrass –
già vincitore dell'Orso d'oro a Berlino con "Bloody
Sunday", racconto realistico della strage di
irlandesi a Derry nel 1972 – è arrivato insieme
ad alcuni familiari delle vittime di quel volo.
Perché, se c'era una cosa delicata, è quella: il
fatto che il film parla di persone reali,
esistite. E di una tragedia reale. E le prime
domande sono per loro. I tre familiari di
persone che su quell'aereo c'erano, e non sono
mai scesi vivi a terra.
Quando vi hanno parlato del
progetto di un film, avete avuto difficoltà
all'idea? Avete pensato di rifiutare?

"Si', all'inizio ero scettico",
dice Jack Grandcolas, familiare di una delle
vittime. "Ma poi Paul Greengrass, il regista, ci
ha fatto capire che voleva che noi fossimo parte
attiva di questo progetto, con le nostre
testimonianze. Ci ha fatto capire che non voleva
fare del sensazionalismo, e che i nostri morti
sarebbero stati rispettati".
Avete mai pensato che fosse
troppo presto per raccontare questa storia? Che
la ferita fosse ancora troppo recente?
"No. In realtà, penso che non
sia mai troppo presto per raccontare la verità".
Al regista, chiediamo se tutte le
famiglie delle vittime si fossero dimostrate
d'accordo. O se qualcuna si sia opposta.
"No, nessuno ci ha detto di no. E
io, d'altro canto, ho detto loro che se si
fossero opposte, non avremmo fatto il film. La
prima cosa è il rispetto della memoria di quei
morti. In queste famiglie, ho trovato dolore,
rabbia anche, ma nessuna voglia di vendetta. E
una fortissima dignità".
Toccare un tema come l'Undici
settembre vuole anche dire avere l'attenzione di
tutti puntata addosso. Ha mai ricevuto
pressioni, si è mai trovato a confrontarsi con
dei limiti, a poter arrivare solo "fino a quel
punto"?
"No. In realtà, anche i
produttori di un film non sono, come vuole la
leggenda, sempre persone ottuse che pensano solo
a fare soldi. In questo caso, sapevano che
l'unico modo per fare un film su questo
argomento era di non fare del sensazionalismo. E
di dire la verità, fino all'ultimo secondo".
Ma lei come fa a supporre che
quella che mostra sia "la" verità? Cio' che è
accaduto davvero su quell'aereo?
"Abbiamo fatto molte ricerche, e
siamo arrivati alla conclusione che la rivolta
che c'è stata, su quell'aereo, contro i
dirottatori è stata una esperienza collettiva,
non l'iniziativa isolata di qualcuno. Non
possiamo sapere esattamente come è andata, ma
credo che sia molto vicino alla realtà delle
cose, quello che si vede nel film".
Sembra quasi un documentario. Nel
film avete evitato la progressione drammatica
tipica dei film di questo genere…
"Non volevamo. Avevamo sempre in
mente che un giorno avremmo dovuto mostrare il
film ai familiari di quelle persone. Non
volevamo doverci vergognare".
Mostrate i terroristi sull'aereo.
Quali sono state le reazioni della comunità
musulmana?
"I terroristi dell'Undici
settembre sono stati 19. Diciannove uomini su
due milioni e mezzo di musulmani negli Stati
Uniti. Loro non rappresentano l'Islam. Loro
hanno tenuto in ostaggio l'Islam cosi' come
hanno tenuto in ostaggio l'occidente".
Chi sono, per lei, le 40 persone
che erano su quell'aereo? Le vittime?
"Sono degli eroi".