BERLINO
– Arriva, con i capelli lisci quasi corti,
neanche un filo di trucco, e scarpe basse,
naturalmente. Anche perche’, con un metro e
ottantadue centimetri di altezza, non ne ha
bisogno. Se e’ una diva, Sigourney Weaver lo
e’ in modo anomalo: le piace stare lontano
dai rfilettori, non vive a Los Angeles ma a
New York. E per il suo grande ritorno, ha
scelto un film di sentimenti, di anime
lacerate e di silenzi eloquenti, girato in
un paesino sperduto del Canada che si chiama
Wawa. Un film nel quale lei interpreta il
ruolo di una donna autistica. Capace di aver
voglia di ballare, in mezzo al funerale di
sua figlia. O di mangiare neve, riempirsi la
bocca di neve, fin quasi ad avere un
orgasmo. O di dare vita a un monologo
meraviglioso, sulla bellezza e la ipenezza
del vivere, in mezzo a una partita di
“Scarabeo”. Il film si chiama “Snow Cake”,
ha inaugurato la Berlinale, e segna il
grande ritorno della protagonista di
“Alien”.
Signora Weaver, quanto a
lungo si e’ preparata per preparare questo
personaggio?
“Un anno. Ed e’ stato un grande dono, per
me, opterlo preparare. Vede, i personaggi
non si scelgono secondo una strategia: li si
ama, e basta. Io non progettto niente, non
dico a me stessa: dopo tante donne forti,
voglio fare una donna fragile, autistica...
Mi sono semplicemente innamorata di Linda”.
Ha incontrato persone
autistiche, nel percorso di preparazione?

“Si’, molte. E mi sono reso conto di come
ognuno lo sia a modo suo: non c’e’ un modo
solo di essere autistico, ma ce ne sono
tanti quante sono le persone autistiche. E
ognuno e’ straordinariamente indifeso,
ognuno e’ come se non avese barriere nei
confronti del mondo circostante. Il mondo
viene loro addosso, e loro inventano dei
rituali per difendersi. Come l’ordine, per
esempio. La mania dell’ordine e’ una difesa.
E poi, spesso le persone autistiche hanno
qualcosa in piu’...”.
Ad esempio?
“Ad esempio, il senso del gioco. Loro hanno
accesso al mondo del gioco in un modo che
tanti non hanno piu’. Sanno vivere nel
presente. Come dice il personaggio che
interpreto, ‘Non so come mi sentiro’ tra
mezz’ora, so come mi sento adesso”.
Ha provato anche lei a vivere
questo presente?
“Ho smesso di chiedermi ‘che cosa faro’ tra
poco’. Preferisco pensare a piegare questo
foglio ‘perfettamente’, non so se mi
spiego”.
E’ vero che persino la troupe
aveva paura di disturbarla, quando era nel
suo chalet, prima del ciak?
“Sembra che io abbia voluto fare la diva, ma
in realta’ il fatto e’ che ogni attore si
rifugia in un mondo suo, fatto di rituali,
di realta’ da sistemare secondo delle
regole. Ogni attore diventa un po’ autistico,
quando lavora”.
Cosa la porta a scegliere i
suoi ruoli? Non sono mai banali...
“Ho avuto dalla vita, e dalla carriera, piu’
di quanto osassi chiedere o sperare. Da
parte mia, ho solo cercato di non avere
troppi ruoli da fidanzata, e troppe storie
d’amore. Volevo interpretare non delle donne
forti o delle donne deboli, ma delle donne
vere”.
Del cinema italiano ama
qualche regista, qualche attore?
“Il mio sogno sarebbe stato lavorare con
Fellini. Ma ci sono anche molti grandissimi
direttori della fotografia, strepitosi,
competenti e appassionati. Credo che ci sia
molto talento, in Italia”.
Se ne va cosi’, tra gli
applausi, la prima star della Berlinale di
quest’anno. Ne seguiranno molte: star della
ergia, come Robert Altman, prossimo Oscar
alla carriera, che presenta qui il suo nuovo
film. O star da quintali di foto, da
battaglia di telecamere, per conquistarsi
uno spiraglio libero: George Clooney, atteso
oggi per presentare il film “Syriana”,
accusato di essere un film anti-Bush; e
Meryl Streep, Isabella Rossellini, Vin
Diesel, la rockstar tenebrosa Nick Cave; sir
Ian McKellen, il Grigio del “Signore degli
anelli”, cui verra’ dato l’Orso alla
carriera. E si aspetta, sabato prossimo,
Roberto Benigni, che presentera’ insieme a
Nicoletta Braschi “La tigre e la neve”, i
cui manifesti si afacciano gia’ per le
strade di Berlino. Dove, i n omaggio a
Sigourney Weaver, comincia per davvero a
cadere la neve.